Secondo il ministro Poletti, intervenuto la scorsa settimana alla LUISS di Roma, la retribuzione a orario rappresenta una misura obsoleta non più atta a quantificare il compenso spettante al lavoratore, perlomeno, verrebbe da aggiungere, per quanto riguarda una fetta crescente dell’economia. L’attaccamento ideologico all’ora di lavoro, incalza il Ministro, incarna quel vecchiume culturale tutto italiano che costituisce un freno all’innovazione, questa imperante necessitas di cui non si può fare a meno per non soccombere alla ghigliottina della competizione globale (si innova, in fin dei conti, non tanto per amor di scienza ma per sopravvivere sul mercato). La pleonastica reazione dei sindacati italiani, larghi di parole e parchi di concretezza (almeno quelli francesi strappano camicie ai manager), è rivelatrice di miopia, se non di ottusità: “sul lavoro non si scherza”, ha ribadito Susanna Camusso.

Il fatto è che Poletti non scherza affatto. Parte dalla realtà di un mercato globale in cui, volenti o nolenti, chi più e chi meno, sguazziamo tutti, e trae le sue conseguenze, non troppo perspicaci ma oggettivamente lucide, per quanto sgradevoli. Il riferimento all’innovazione, per esempio. In un regime economico di interdipendenza globale si innova, ovvero si corrono rischi, solo se la flessibilità delle risorse è tale da poter far fronte agli scenari imprevedibili e ai cambiamenti repentini che tale interdipendenza comporta. Un siffatto ordine economico non potrà che rifuggire come la peste tutto ciò che è “fisso” o “prefissato”, come la retribuzione su base oraria, prediligendo una retribuzione variabile, in funzione del rendimento e degli obiettivi raggiunti. Di conseguenza: poca flessibilità, pochi rischi, poca innovazione (memorandum: se non si innova, si muore; la scelta è libera ma obbligata). Oltretutto, si converrà, un sistema retributivo che valuta in maniera preponderante il risultato più che la presenza è foriero di innovazione in quanto incentivo all’espressione di idee e talenti. Una manna per le menti brillanti, una condanna allo stakanovismo o all’anonimato per i meno capaci. Si tratta indubbiamente di un paradigma estremamente meritocratico (oltre che estremamente anglosassone) e assai poco egalitarista. E anche questo non è uno scherzo, bensì la logica che sottende alle nostre economie ‘avanzate’, orientate ai servizi e all’high-tech, fondate sull’iper-qualificazione, dove chi non ha nessuna skill appetibile da vendere è destinato all’emarginazione.

Ma tornando alla questione a monte, origine della querelle sulle dichiarazioni di Poletti, l’orario di lavoro come criterio di retribuzione è davvero un’obsolescenza di epoca tayloristica? Se è vero che per le (sempre meno frequenti) mansioni ripetitive e a basso valore aggiunto non vi sono molto parametri di valutazione oltre il tempo dedicatovi, è anche vero che in un numero crescente di settori i riferimenti temporali sono semplicemente saltati, se non nominalmente, sicuramente nei fatti. Non a caso, nel settore dove “il denaro non dorme mai”, ovvero l’alta finanza dai ritmi folli e vertiginosi, i guadagni stratosferici di trader, broker e banchieri non sono dovuti tanto al salario orario (pur sempre decisamente sopra la media) quanto ai bonus legati al rendimento. D’altronde, l’alta finanza è la frontiera di un’economia dove i limiti spaziali e temporali cedono all’ubiquità della tecnologia, presupposto di un mercato ad orario continuato. E se il primo mercato a essere insonne è quello finanziario, i cui capitali sono motore dell’innovazione che conta, non sorprende che la perdita del senso del tempo costituisca sempre più la cifra del sistema economico.

Insomma, se il progresso tecnologico affranca l’uomo dal peso di mansioni faticose ma temporalmente circoscritte, perché legate ai ritmi biologici e ai ritmi della natura, esso apre anche ad un modo di lavorare fisicamente meno impegnativo ma potenzialmente (e fattualmente) fagocitante. Non sarà la strenua difesa dell’ora di lavoro come misura del salario a salvarci. Sarà, forse, qualche coraggioso atto di ribellione culturale come il non controllare e-mail il fine settimana o non fare acquisti la domenica.