E’ notizia di queste settimane l’annuncio del governo Renzi di una nuova legge che permetterà l’uscita anticipata dal lavoro fino a tre anni rispetto al raggiungimento dei requisiti della pensione d’anzianità, tramite un prestito anticipato delle banche. Un’operazione finanziata tramite un abbassamento dell’assegno pensionistico  che potrebbe arrivare intorno al 15%,  per parlare di cifre reali secondo Repubblica, quotidiano notoriamente antigovernativo, con una pensione potenziale di 1700 euro netti al termine della carriera lavorativa, tra mancati contributi, restituzione del prestito e il probabile inserimento del premio assicurativo, l’assegno percepito arriverà intorno ai 1200 euro. Dopo la straordinaria operazione del TFR in busta paga, il governo vara l’ennesima riforma fatta coi soldi degli altri, la speranza è che abbia un successo analogo. L’ennesimo favore al sistema bancario e assicurativo che beneficerà di un ulteriore regalo, trovando un modo di disporre di un flusso di denaro a tasso d’interesse costante e garantito nei vent’anni successivi.

Si tratta in buona sostanza di un mutuo ventennale in cui, nonostante l’interfaccia rimanga la previdenza pubblica, il prestatore resta il nostro asfittico sistema creditizio, in pratica s’impoversicono e si sottraggono ulteriori risorse alle fasce deboli della popolazione, fingendo d’ignorare il ruolo di sostegno al walfere famigliare e d’ammortizzatore che le pensioni ricoprono per molte famiglie. Pensioni sui cui spesso gravitano altri mutui e finanziamenti che assottigliano assegni già endemicamente bassi. Questa riforma o per meglio dire questo annuncio di riforma è già destinato all’insuccesso perché di fronte alla sacrosanta necessità di permettere un uscita anticipata dal lavoro per determinate categorie sociali, si pensi ad esempio ad alcuni lavori usuranti, la risposta è un ulteriore aggravio di una situazione economica già insostenibile per molte famiglie.

Sarebbe sufficiente questo a motivare il nostro rifiuto a una misura che definire miope è un complimento, ma il problema è di ordine superiore e si collega all’ormai conclamata incapacità della politica di farsi carico e di rispondere alle problematiche sociali: a ricoprire il ruolo che dovrebbe competerle. Questa assoluta insufficienza è intrinseca al sistema e la riforma è destinata al fallimento perché inserita in un sistema fallimentare.  Il governo si trova ad affrontare problemi di cui sembra essere perlomeno consapevole seppure incapace d’inquadrarli nella loro reale natura che è strutturale, e si trova quindi sprovvisto degli strumenti per risolverli. Questa flessibilità in uscita scaricata sulle spalle dei contribuenti palesa l’incapacità di uno stato a rispondere alle sue funzioni basilari che ne legittimano l’esistenza, la domanda che dovremmo farci non è perché tanti italiani disertano le urne, ma perché tanti ancora vi si recano.