di Francesco Casalena 

La crisi che stiamo vivendo oggi è stata innescata da deliranti politiche neoliberiste che, ormai in voga da più di tre decenni, hanno definitivamente consegnato i mercati mondiali in balia dell’establishment finanziario. Tra i fenomeni socioeconomici più devastanti della nostra epoca, il peggiore è senz’altro la globalizzazione, ossia la diffusione su scala mondiale di fenomeni e tendenze di ogni tipo con le relative problematiche. La globalizzazione comporta l’abbattimento delle frontiere nazionali nel nome del libero mercato e di una fantomatica pseudo-integrazione tra i popoli. Un lampante esempio di tutto questo è l’Euro. La moneta unica non è altro che un sistema di cambi fissi, impostato sul vecchio Marco tedesco, che favorisce le esportazioni della Germania (poiché le rende più competitive) all’interno dell’eurozona penalizzando i suoi competitors diretti, dei quali il principale è l’Italia.

L’Euro priva gli stati della possibilità di gestire una propria, autonoma politica monetaria, delegando tutto alla BCE, sotto stretto controllo della Germania stessa. Se lo stato non può battere moneta autonomamente, non può né svalutare per rendere le proprie esportazioni più competitive né autofinanziarsi il bilancio, ed è costretto ad indebitarsi per pagare la propria spesa pubblica; le entrate fiscali da sole non sono sufficienti a coprire tutta la spesa, esse bastano soltanto per la redistribuzione dei salari. Viene così a crearsi un circolo vizioso che porta all’indebitamento sempre maggiore. Nonostante ciò, la propaganda eurista incalza (vale la pena ricordare la frase di Romano Prodi pronunciata all’indomani dell’entrata nella moneta unica: “con l’Euro lavoreremo un giorno di meno e guadagneremo come se avessimo lavorato un giorno di più”. Roba da fare concorrenza alla Pravda). Economisti e tecnocrati asserviti ai c.d. “poteri forti” continuano ad invocare il mantra del “più Europa”, mentre cercano di demonizzare in ogni modo le forze politiche che denunciano questo perverso sistema. In tutto il vecchio continente sono state varate leggi che deregolamentano il mercato del lavoro (vedasi il Jobs Act renziano o la Loi Travail in Francia, che sta scatenando ondate di protesta quantomeno notevoli) e sono state imposte politiche di austerità espansiva il cui fine ultimo non rivelato è quello della distruzione del ceto medio per creare una nuova classe consumatrice non risparmiatrice, manodopera a basso costo.

In questa chiave sono da leggere il riconoscimento delle unioni civili tra persone dello stesso sesso, con conseguente distruzione del concetto di famiglia tradizionale, e le politiche di accoglienza dei profughi e dei migranti economici africani ed asiatici: nel nome dell’integrazione e dell’amore verso il prossimo (e in questo bisogna dire che Papa Francesco sta giocando un ruolo non indifferente) si mette in atto una “kalergizzazione” dell’Occidente, un rimescolamento delle razze. Il fine è sempre lo stesso: creare un’unica grande classe di lavoratori priva di una propria identità. Il passo successivo sarebbe la vera e propria rimozione dei confini nazionali, ormai divenuti obsoleti e inutili. Finalmente Voltaire vedrebbe il suo sogno realizzato: l’Europa divenuta un’unica grande repubblica. Dire che il futuro si presenti tetro è un eufemismo. La libertà d’iniziativa privata, naturalmente, è una gran cosa, ma se lo stato, le istituzioni, la società civile (nella sua accezione più propriamente hegeliana) non riescono a garantire che i più deboli siano difesi dagli abusi che possono subire da parte dei più potenti, allora l’intera comunità di può dirsi fallita, non solo economicamente, ma anche umanamente. L’Europa deve risvegliarsi, deve saper ritrovare la propria identità, deve saper ritrovare le proprie radici culturali e spirituali per reagire e ribellarsi alla dittatura del denaro e del consumo. “Considero europea qualsiasi terra che è stata romanizzata, cristianizzata ed influenzata dallo spirito greco. La loro Europa è quella dei tecnocrati, dei commissari non eletti, dei banchieri, delle multinazionali. La nostra Europa è quella dei santi, degli eroi e degli inventori. La loro Europa ha sessant’anni, la nostra ne ha cinquemila” (Marion Maréchal-Le Pen)