Negli ultimi anni sono in costante aumento i critici dell’attuale modello di sviluppo, spaventati dalle profonde disuguaglianze economiche prodotte dalla Globalizzazione, dall’enorme impatto ambientale e dalle innumerevoli disfunzioni presenti all’interno del mondo finanziario. Non si contano ormai più gli infiniti allarmi lanciati sulla prossima crisi finanziaria, ambientale, politica, geopolitica e via dicendo. Un crescendo che spesso viene tacciato di allarmismo, millenarismo, disfattismo, ma soprattutto dell’accusa più dura e difficile da evadere: la mancanza di una soluzione alternativa veramente credibile.

Per ovviare a questo problema sono state proposte diverse vie, più o meno realizzabili in breve tempo, a seconda dell’opinione dell’autore. Una di quelle più in voga, e in un certo senso accettata in parte da alcune forze politiche e dai movimenti progressisti, consiste nella conversione del capitalismo odierno in un modello eco-sostenibile neo-keynesiamo, il quale conserva però tutte le caratteristiche principali del Capitalismo. Attraverso le tecnologia green, una migliore consapevolezza dei consumatori, una nuova legislazione contro la finanza sregolata, oltre che un potente intervento da parte delle forze statali, i vari sistemi industriali verrebbero riportati nell’alveo di una nuova socialdemocrazia del XXI sec. Con questo modello si manterrebbero i consumi, il benessere materiale e la crescita in un ottica di sviluppo intelligente stando ai suoi sostenitori.
Un’altra soluzione prevede un cambiamento ancora più drastico, con un ruolo ancora più preminente dello Stato nell’economia, lo smantellamento della globalizzazione così come la conosciamo e quindi un nuovo modello industriale incentrato prevalentemente sul nazionalismo. Infine troviamo le proposte più radicali, le quali si rifanno alla decrescita felice o a nuovi bio-regionalismi locali/comunitarismi, attraverso un progressivo smantellamento del industrialismo e il ritorno ad una forma di cooperazione fra comunità, cooperative, associazioni, in netto contrasto con l’ottica capitalistica competitiva.

Tutte queste possibili evoluzioni del nostro mondo, dalla più moderata alla più radicale, vengono quasi sempre presentate come un passaggio difficile, tortuoso, ma dall’esito tutto sommato dolce e non troppo traumatico. Attraverso il risveglio delle forze sociali, delle masse popolari, la mobilitazione dell’opinione pubblica mondiale e l’ascesa di nuove forze politiche, sarebbe possibile garantire una transizione serena nel più breve tempo possibile. Questo è il mantra che ripetono tutti i fautori del cambiamento, salvo poi rimanere stupiti che nonostante gli allarmi siano in essere da decenni da nessuna parte c’è una massiccia risposta dei cittadini. Al contrario c’è la risposta infinitamente più forte e potente delle èlites al potere, che non esitano a ribadire ogni secondo l’ideologia dominante anche attraverso operazioni brutali.
Infatti il primo e palese ostacolo è proprio costituito dalle classi dirigenti globali, le quali hanno forgiato l’architettura dell’attuale Turbo-capitalismo negli ultimi 30 anni. Nonostante amano dividersi in falsi blocchi che spaziano dalla destra alla sinistra, sono assolutamente concordi e compatti su i principi fondamentali che si ritrovano negli accordi del WTO, nei dettami dell’FMI, nel comportamento dei Mercati e della Finanza, fino ad arrivare a tutte le sotto-regolamentazioni che li favoriscono in maniera palese o occulta. Consci di essere dalla parte della fazione vincente, sono ovviamente i più restii ad accettare qualsiasi cambiamento che possa ridimensionare le loro ricchezze e il loro potere. Nonostante i sinistri segnali lanciati dalle convulsioni del nostro Sistema, la stragrande maggioranza di essa è convinta di potere risolvere sempre e comunque i vari problemi. O quantomeno di poterli scaricare sulle generazioni future o su i relitti prodotti dalla Globalizzazione.

Grazie al loro potere e all’influenza in ogni campo, da quello politico a quello mediatico, sono in grado di schiacciare, sottomettere o comprare la gran parte delle opposizioni al loro mondo. E in loro soccorso, in modo paradossale, viene proprio il concetto della non violenza e del pacifismo, cosa che costringe tutti gli “oppositori” a passare attraverso il sistema politico ed economico attuale, finendo per essere lentamente assorbiti e annullati dalle infinite trappole piazzate dalla classe dominante. Senza contare che fino ad ora, dalla caduta del Comunismo, non si è mai affacciato a livello globale un movimento/ideologia in grado di sfidare seriamente i sacri principi del Turbo-capitalismo. Solo poche proteste fallimentari, come il Movimento No Global, e iniziative simboliche. Ma anche se domani dovesse sorgere una forza nuova, quantomeno influente in Occidente, essa si dovrà scontrare proprio con i suoi cittadini…