In molti abbiamo salutato la vittoria di Donald Trump come un punto di rottura netto con la tradizione dell’establishment neoliberista, una svolta politica epocale – nel bene o nel male – che promette di cambiare i connotati della storia. Il fermento politico occidentale cresciuto dopo la crisi del 2008, da sempre stigmatizzato con l’etichetta di “populismo”, pare essere stato scoperchiato il 9 novembre scorso.  In sottofondo, il suono di un requiem per quella cultura politica che ha eletto il mercato a fulcro della società, scalando le forze partitiche di destra e di sinistra e riducendole a strumenti in mano al grande capitale internazionale. C’è chi, da sinistra, si è spinto a sostenere che l’elezione di Trump abbia rappresentato per l’epoca neoliberista quel che la caduta del Muro ha rappresentato per il socialismo reale. Se il declino di quel sistema è ormai visibile a tutti, molti dubbi si stagliano sulle prospettive future.  Ora che il tycoon ha scoperto le carte, dimostrando con i primi decreti di voler tener fede alla promesse elettorali, possiamo definire con più chiarezza le linee emerse dal suo programma, in particolare economico.

Donald Trump dopo il suo discorso al Campidoglio (SAUL LOEB/AFP/Getty Images)

Donald Trump dopo il suo discorso al Campidoglio durante la cerimonia d’insediamento

Ciò che si delinea chiaramente, e che del resto è stato il pilastro più solido della vittoria elettorale, è l’abbandono radicale del modello mondialista della globalizzazione. Nella prima settimana di presidenza è già stato smantellato il Ttp, l’accordo sul commercio transpacifico, ed anche il Nafta, trattato Usa-Canada-Messico, verrà molto probabilmente ridiscusso, mentre le trattative sul Ttip con l’Europa paiono essersi – per nostra fortuna – definitivamente arenate. Le conseguenze sugli equilibri internazionali non tarderanno ad arrivare, con la Cina in prima linea per raccogliere lo scettro di paladina della globalizzazione e ripercussioni complessive difficili da prevedere. Al neo-isolazionismo nelle politiche commerciali si accompagna una politica economica nazionale di stampo decisamente liberista: meno tasse, meno regole, meno Stato. L’ennesima ed annunciata rivoluzione fiscale, con il taglio netto delle aliquote, non promette esiti positivi sulla redistribuzione dei redditi, in un Paese non certo noto per l’efficacia del suo welfare pubblico. La revisione dell’ObamaCare, per certi versi condivisibile visti i risultati del piano, rischia di eliminare del tutto quel tentativo malriuscito di implementazione dello Stato Sociale.

WASHINGTON, DC - NOVEMBER 04: US President Barack Obama delivers remarks at an Organizing for Action "Obamacare Summit" at the St. Regis Hotel on November 4, 2013 in Washington, D.C. Obama spoke on health care and rallied over 200 supporters to get uninsured consumers to purchase a plan through the Affordable Care Act. (Photo by Ron Sachs-Pool/Getty Images)

Barack Obama ad un summit sul piano ObamaCare, i cui risultati sono stati messi in discussione anche dagli stessi democratici, nel Novembre 2013.

Anche sul piano della regolamentazione non ci si discosta dai dettami liberisti. L’abbandono del Dodd-Frank Act, misura voluta da Obama per inasprire la regolamentazione del settore finanziario, lascia briglia ancor più sciolta a quel sistema finanziario canceroso responsabile della maggior parte dei drammi economici del nostro tempo. Nonostante la misura di Obama fosse blanda e insufficiente nel perseguimento del suo scopo, il messaggio lanciato con la sua cancellazione non può che favorire un peggioramento della situazione. La volontà forte di una deregolamentazione del mercato emerge anche, parimenti, nella posizione sulla questione ambientale. Sebbene non ci siano ancora certezze sulla sorte degli accordi di Parigi sul clima, la visione industriale di Trump punta in maniera decisa ad un riscatto delle fonti fossili. Meno vincoli ambientali, via libera agli oleodotti, investimenti in nuovi giacimenti con l’utilizzo del fracking, in un crescendo di subordinazione dei beni comuni agli interessi privati. Delle due l’una: o è la strategia miope di una classe dirigente cresciuta a champagne e retorica imprenditoriale, o, peggio, un consapevole perseguimento di interessi di parte. Le nomine dell’esecutivo non possono che confermare la tendenza generale, con figure pro-industria che ricordano molto il comitato d’affari della classe borghese di Marxiana memoria. Da Scott Pruitt all’Ambiente, nemico giurato delle regole ambientali per le imprese, all’ ex Goldman Sachs Steven Mnuchin nominato al Tesoro.

Tuttavia, segnando una rottura netta con la tradizione liberista Reganiana e con il rigore europeo, Trump pare voler affiancare all’arretramento ulteriore dello Stato regolatore e imprenditore un impiego massiccio di investimenti pubblici per rilanciare la crescita. Un keynesismo sui generis che promette mille miliardi di dollari di investimenti da elargire in partenariati privati e sgravi fiscali ad hoc. Emerge un’idea di Stato che, lungi dall’essere sociale, investe risorse a debito nell’industria privata per realizzare grandi infrastrutture, seguendo un modello di sviluppo di stampo novecentesco. Industria privata che Trump cerca di riportare o trattenere in patria grazie al bastone del protezionismo e alla carota di investimenti, deregolamentazioni e detassazioni. Per ora, i più entusiasti della politica economica targata Trump sembrano i finanzieri di Wall Street, che festeggiano i provvedimenti stappando champagne e registrando record storici di capitalizzazione, mentre gli effetti positivi sulla classe media, in quell’America profonda protagonista alle urne, dovranno ancora essere dimostrati.

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Nei giorni scorsi l’indice Dow Jones di Wall Street ha superato per la prima volta nella sua storia quota 20.000 punti.

Il quadro che emerge lascia intatta – o forse rafforza – la visione del liberalismo economico circa il ruolo del mercato nella società, ma la accompagna ad uno stato-nazione che ha il compito di sussidiare l’industria e di proteggerla dalle minacce esterne del commercio internazionale. Potremo osservare presto gli effetti concreti di questa strategia economica nazional-liberista, che non tarderanno ad arrivare e impatteranno considerevolmente sugli equilibri internazionali. Finita l’ondata di entusiasmo per il crollo dell’establishment, che ha compiuto il miracolo buffo di far parteggiare anticapitalisti d’antan per un miliardario di Manhattan, sarebbe opportuno tornare a valutare uomini e provvedimenti nel merito della proposta politica. La crepa nel muro dell’ordine costituito aperta dalla Brexit e da Donald Trump – reazioni sociali al fallimento rovinoso del modello liberal-liberista – si allargherà a dismisura investendo, molto presto, quel che resta dell’Europa unita. La storia insegna che al crepuscolo di una civiltà emerge ricorrente la minaccia della barbarie, e l’attuale quadro politico europeo non è certo dei più rassicuranti. Per questo, i prossimi anni saranno cruciali per poter costruire un’alternativa politica sopra le macerie lasciate da quarant’anni di neoliberismo. Costruire, se possibile, un’alternativa migliore, più sociale, più umana, distinguendo le proposte in campo senza perdersi, parafrasando Hegel, nella notte in cui tutti i populisti sono neri.