Il 2015 è un anno che verrà ricordato in particolare per l’Expo, sicuramente per le sue file infinite; milioni di persone sono arrivate da ogni angolo del mondo per trovarsi a Milano e parlare di nutrizione e ambiente, sebbene a conti fatti la centralità del cibo sia venuta meno (d’altronde cosa aspettarsi da un evento che ha avuto come sponsor ufficiale Mc Donald’s?). Fitte trame di lodi sono state tessute nei confronti dell’esposizione da parte di politici, giornalisti e persone comuni: “che meraviglia”, hanno esclamato in diversi, “vale il tempo speso nelle code” sembrò giustificarsi qualcuno, “un appuntamento imperdibile” suggerirono altri. Eppure ciò che salta subito all’occhio è l’immenso paradosso: mentre il cibo e la natura sono passati per mesi di bocca in bocca fra commenti biascicati e de(s)gustazioni, l’agricoltura italiana è stata e viene messa da parte, lasciata a se stessa o, peggio, umiliata. Da dove cominciare? Magari dalle tasse, come la vergognosa IMU sui terreni agricoli che il Presidente del(lo) (s)consiglio Renzi pare invece voler eliminare con la nuova legge di stabilità. Peccato che come sempre con una mano si dà e con l’altra si toglie, giacché nello stesso testo si legge che aumenterà l’imposta di registro sulle cessioni di terreni agricoli, saranno incrementate le tassazioni sul reddito, e verranno cancellate (sì esatto, depennate, sbianchettate, kaput) le agevolazioni fiscali previste per i piccoli agricoltori con microscopici volumi di affari, inferiori ai 7mila euro all’anno.

Come proseguire? Facendo un giro in qualsivoglia supermercato, perché no, così da vedere immediatamente come ortaggi, frutta e carni nostrane siano mosche bianche. D’altronde volete mettere l’imbattibile grano siberiano, le saporite nocciole turche od il sublime frumento kazako con i prodotti made in Italy, ottenuti col sudore di generazioni d’agricoltori? Ma per favore, che porcheria, la roba italiana è buona per il macero, e anzi fortuna che vengono distrutte ogni anno tonnellate e tonnellate di frutta, che liberazione. Eh sì che da anni sembra essere vigente in Italia la politica dell’ ‘auto-embargo’, altrimenti tutti questi stranieri che offrono prodotti di “elevata qualità” ed investimenti decisamente importanti chi li sente? Non possiamo mica far la figura dei razzisti, suvvia. Cos’altro? Il latte! Ah, che meraviglia, un bel bicchiere fresco ci vuole proprio, o magari con i cereali; e la schiuma del cappuccino allora? Vi piace? Ci dispiace! Perché o lo prendete straniero o nisba, visto che dal 2008 ad oggi hanno chiuso oltre 32mila stalle italiane, e come ha più volte denunciato Coldiretti: “per ogni milione di quintale di latte importato [quindi evidentemente forestiero] in più scompaiono 17mila mucche e 1.200 occupati in agricoltura”. Possiamo perciò dimenticarci di quello “della Lola”.

Di mezzo a tanto danno non posson certo mancare le beffe, come quelle di chi ci dice che l’agricoltura italiana sia tra le più “green” in Europa, con un minor volume di emissioni e ridotto utilizzo di prodotti chimici. Vero, verissimo, peccato che chi porta avanti i dati si scorda sempre di spiegarli adeguatamente, infatti se l’inquinamento è diminuito non si deve soltanto ad una sensibilità maggiore degli imprenditori, ma anche al banale fatto che moltissimi hanno chiuso bottega, e zero produzione uguale zero (o quasi) emissioni; ma tu pensa che strano. Lo stesso è quanto  accaduto a livello internazionale con l’Emission Trading (ET), ovvero un mercato che permette il commercio e lo scambio di quote di emissione attraverso quotazioni monetarie. La logica è la seguente: la ricerca oggigiorno permette diverse soluzioni “ecologiche” per gli impianti industriali e produttivi, però dette soluzioni hanno un costo impegnativo per le aziende, che necessitano di un periodo più ampio per adeguarsi; viene allora data loro la possibilità di comprarsi questo “tempo extra”, tramite esattamente le quote di Co2. Le ET vengono scambiate sui mercati borsistici, pertanto sono diventate in breve tempo l’ennesimo strumento di speculazione finanziaria come l’ennesimo fallimento sul piano ambientale; anche in questo caso infatti se le quotazioni hanno perso valore –e quindi sono diminuiti gli scambi- non è perché le aziende abbiano raggiunto gli obbiettivi ricercati, ma perché, come si diceva, sono fallite.

Come concludere? Si potrebbe citare l’infame quanto anonimo acronimo TTIP, ma sarebbe complesso, se non inutile; “mafia” d’altra parte è un termine che rende meglio l’idea. La morale purtroppo è sempre quella, che a rimetterci è il contadino, l’agricoltura e dunque gli italiani, costretti a mangiare porcherie e a veder abbandonate le campagne, la cui cura è fondamentale per la salvaguardia del territorio, e quindi per evitare i temuti dissesti idrogeologici.