Qualcuno pensava che fosse definitivamente uscito di scena. In effetti, dopo la caduta del IV Governo Berlusconi, Giulio Tremonti sembrava aver abbandonato la prima linea dell’agone politico e per qualche anno non si è più sentito parlare di lui. Ma ora l’ex ministro dell’Economia torna a far sentire la propria voce con un nuovo libro: “Mundus furiosus. Il riscatto degli Stati e la fine della lunga incertezza”. Nel saggio, Tremonti si propone di analizzare sistematicamente le principali problematiche sociali, economiche e politiche del nostro tempo, evidenziando al contempo lo sviluppo storico dei fenomeni interessati. Seguendo una logica espositiva schematica e didascalica, l’autore spiega con chiarezza quali sono stati i più significativi (e spesso drammatici) cambiamenti che l’Occidente ha dovuto affrontare negli ultimi vent’anni. Quella che emerge dalle pagine del libro è una chiave di lettura “non ortodossa” della realtà che stiamo vivendo.

Il titolo dell’opera è di per sé emblematico: il nostro è un mundus furiosus, un mondo folle, insensato. L’espressione venne in orgine utilizzata con riferimento all’Europa cinquecentesca, subito dopo la scoperta delle Americhe. Lo spostamento da est verso ovest delle dinamiche globali, la rivoluzione copernicana, il terremoto generato dalla Riforma di Lutero e l’ascesa dei grandi Stati-nazione furono il segno di un’epoca di impressionanti trasformazioni. Secondo Tremonti è possibile tracciare un parallelo tra l’Europa di allora e quella odierna: anche l’Europa del XXI secolo è un mundus furiosus. Come fu allora per la scoperta geografica delle Americhe, oggi la ‘scoperta economica’ dell’Asia ha indubbiamente innescato uno stravolgimento negli equilibri economico-politici. E il tutto è avvenuto in una manciata di anni soltanto. A questo proposito, Tremonti ritiene che la globalizzazione non fosse evitabile, perché “il corso della storia non poteva certo essere fermato”, constatando però allo stesso tempo che forse questo processo avrebbe avuto un esito più fausto, se si fosse dipanato su di un arco temporale più ampio. Per contro, “qualcuno e qualcosa ne hanno follemente voluto e causato l’accelerazione, aprendo come nel mito il ‘vaso di Pandora’, così liberando e scatenando forze che ora sono difficili da controllare”. In un brevissimo lasso di tempo, da una parte la rete e dall’altra il mercatismo (“l’ultima ideologia del Novecento”) hanno portato alla nascita di “un mondo nuovo, orizzontale e secolare, senza verticalità e senza trascendenze”: un mondo connesso e unificato sotto l’egida incolore del mercato globale.

Il saggio di Tremonti si articola su cinque grandi blocchi, cinque tematiche fondamentali corrispondenti alle principali sfide che stiamo fronteggiando e che dovremo affrontare. Si tratta: 1) delle grandi migrazioni e del terrorismo; 2) delle degenerazione della finanza; 3) della rivoluzione digitale; 4) della “terza guerra mondiale a pezzetti”, come l’ha definita Papa Francesco, e che Tremonti non esita a descrivere come un ritorno alle guerre coloniali, “un raptus ricorrente nella storia: quello che spinge gli Stati ad avere o cercare quote di rendita o prestigio internazionale, in una dimensione anche solo simbolica e dunque anche a prescindere dai reali sottostanti valori economici”;  5) la crisi generale dell’Europa.

All’ultimo punto è dedicata tutta la seconda metà dell’opera. L’Europa “non è fuori del mundus furiosus che avanza su tutti questi fronti. All’opposto, ci sta entrando in pieno e, per suo conto, nel modo peggiore”. Tremonti ne mette in luce le innumerevoli contraddizioni, a partire dal deficit di democrazia. I cittadini europei si sono visti progressivamente esclusi dalla partecipazione al progetto europeo, nel nome della tecnocrazia e della sua autoproclamata superiorità morale e intellettuale. Il Vecchio Continente ha così sostituito l’originario ‘Liberté, Egalité, Fraternité’ con ‘Globalité, Marché, Monnaie’, smarrendo in questo modo la propria vocazione originaria di istituzione nata per garantire la pace e i diritti, dopo gli orrori dei conflitti mondiali. L’Europa, afferma Tremonti, ha scambiato i dettagli con i fondamentali: avrebbe potuto diventare la guida degli Stati europei (deboli se presi singolarmente davanti alla sfide della globalizzazione) conservando il proprio impianto ideale: quello di un’architettura basata “sull’equilibrio tra elementi e forze che restavano diversi, ma che non erano e non dovevano più essere contrapposti”. Così negli anni l’Europa si è trasformata in un vero e proprio Leviatano, simile in tutto e per tutto agli Stati assoluti dell’Ancien Régime. L’ex ministro critica in particolar modo l’assurda volontà della burocrazia europea di regolare anche i più minuti aspetti della vita dei cittadini. Secondo Tremonti, l“integralismo giuridico” e le politiche paternaliste di Bruxelles determinano gravi conseguenze sulle potenzialità dell’economia europea. Il punto è che non ci si è limitati a quell’armonizzazione strettamente necessaria per la realizzazione di un “mercato comune”, ma si è andati ben al di là, puntanto a regolamentare anche i modi di produzione. Questa normalizzazione della varietà e della molteplicità in ossequio al “modello europeo” rischia di sbriciolare il patrimonio di diversità e tradizioni che l’Europa ha costruito nel corso dei secoli. Quel che è peggio è che la zavorra legislativa rende sempre più difficile rispondere alla concorrenza globale: “Non è l’Europa che è entrata nella globalizzazione. All’opposto, è stata la la globalizzazione che è entrata in Europa, trovandola impreparata”. Si è voluto creare un mercato unico europeo, senza rendersi conto che ormai non era più l’unico mercato. La politica di armonizzazione interna non può più bastare, e si deve prendere atto che il mercato europeo è chiamato ad armonizzarsi con ciò che sta fuori. La globalizzazione ha le sue regole e le sue logiche: possono non piacerci, ma da queste non possiamo comunque prescindere. “Si può dire che le norme europee ci fanno vivere meglio e che perciò ci danno qualcosa. Può essere. Ma i bilanci si fanno in partita doppia. Si deve perciò conteggiare anche quello che ci fanno perdere e che, per differenza, fanno guadagnare agli altri”. Tremonti invoca così il ritorno della sovranità legislativa degli Stati, quel Rule of Law che permetta ai popoli di strappare alla finanza le redini del comando (cominciando, magari, dall’abolizione del bail-in). Occorre in altre parole che siano gli Stati, e non i tecnocrati, a dettare le leggi, perché la sfida oggi non è più come un tempo fra i vari Stati europei, bensì tra Stato europeo e mercato globale. Una sfida che adesso stiamo perdendo, ma che ancora possiamo vincere se saremo capaci di invertire la rotta.