In un documento pubblicato il 6 settembre 2016 il Ministero dell’Economia e delle Finanze espone la sua idea di Fondo Europeo per l’Indennità di Disoccupazione che verrà discussa durante il prossimo semestre europeo a presidenza slovacca. “L’intento è dotare l’Eurozona di uno strumento che (a) attenui l’impatto di choc particolarmente marcati che, in assenza del movimento del cambio, si scaricherebbero sull’occupazione e – di conseguenza – (b) eviti che l’aumento della disoccupazione ciclica si trasformi in disoccupazione strutturale”. Anzitutto il Ministero ammette che la convivenza con un cambio rigido (moneta unica) è a dir poco complicata, in quanto scarica le tensioni sui salari invece che su eventuali fluttuazioni della divisa nazionale. Queste tensioni creano enormi bacini di sottoccupati dove non direttamente disoccupazione: per contenere l’inflazione, Phillips docet, si deve mantenere un alto tasso di disoccupati. Quindi la natura del fenomeno è già strutturale e non ciclica, perché insita nella cultura della “stabilità” europea sancita dai trattati.

Il Ministero allega, inoltre, un documento contenente chiarimenti relativamente al progetto. In primis si tratterebbe di “risorse da utilizzare esclusivamente per le politiche a favore dei disoccupati”, in altre parole di un sussidio erogato per “6-8 mesi” e pari al 40% dell’ultimo stipendio ricevuto. Non vengono poste, inizialmente, clausole particolari: “L’unica condizione posta da EUBS è che le risorse siano utilizzate per politiche passive e attive del lavoro”. In realtà il più classico dei Cavalli di Troia è dietro l’angolo: “Il trasferimento dal fondo si attiva a fronte di choc di natura ciclica e non in virtù di divari strutturali”. Tale condizione serve principalmente a tranquillizzare i Paesi del nord, escludendo la possibilità che i trasferimenti possano diventare permanenti. A ben vedere scompaiono anche le speranze di assistere ad una lotta sconfinata alla disoccupazione: “Un Paese caratterizzato da elevata disoccupazione strutturale e da deboli istituti di mercato del lavoro non riceve alcun trasferimento di risorse comuni se non viene colpito da uno choc; resta inoltre responsabile per la risoluzione delle proprie inefficienze strutturali”. La morale della storia è che soltanto a fronte di una recessione il fondo verrà attivato (disoccupazione ciclica) e non nel caso in cui vi sia un’alta disoccupazione strutturale, come nel caso di tutti i paesi mediterranei, peraltro creata dai differenziali di inflazione dell’euro e sancita dai trattati ed esplicitata nel NAIRU. Le istituzioni europee lavorano infatti per mantenere un certo tasso di disoccupazione nelle economie del sud in quanto il NAIRU, tasso naturale di non occupati che garantisce al tasso di inflazione di rimanere contenuto, deve essere rispettato. Il sussidio europeo, quindi, non lavorerebbe per colmare i divari tra gli Stati membri ma per mettere una pezza più che temporanea a problematiche strutturali: non a caso si richiama nuovamente il concetto di “riforme”, mostrando il miele alle api mediterranee. Ecco che il documento precisa come “il meccanismo interviene a favore del Paese solido e che ha intrapreso un percorso di riforma strutturale della propria economia ma che, pur caratterizzato da una ridotta disoccupazione strutturale, vede materializzarsi uno choc di natura ciclica”. Siccome il sussidio interviene solo e soltanto in casi di disoccupazione ciclica a prescindere da quella strutturale, tanto vale mettersi all’opera combatterla: peccato che questo possa avvenire solo tramite una dura e brutale deflazione salariale.

Naturalmente non si tratterebbe di un contributo europeo a fondo perduto. Si specifica in fretta che “l’intero trasferimento ricevuto deve essere restituito nel tempo”, mostrando la reale faccia dell’Indennità, ovvero quella di un prestito. Come se non bastasse, “il fondo verrebbe alimentato dagli Stati membri (0,5 per cento del PIL) per fare fronte agli choc asimmetrici”, specificatamente gli Stati dovrebbero erogare annualmente lo 0,1% del PIL nazionale (nel caso dell’Italia circa 2 miliardi). In sostanza per trovare quei 2 mld si assisterebbe a tagli di spesa/aumenti di tasse che avrebbero effetti negativi sull’occupazione, per poi ricevere in prestito una somma che potrebbe essere inferiore a quella erogata (comunque non superiore al doppio dei trasferimenti). A quanto pare erogare direttamente quei fondi autonomamente, a livello nazionale, è operazione troppo blasfema nonché antieuropeista. La criticità principale dell’intera proposta, però, cade sui finanziamenti del fondo in caso di shock simmetrici, ovvero aumento generalizzato della disoccupazione in tutti gli Stati membri: “l’emissione di obbligazioni, qualora si decidesse di assegnare allo EUBS anche il compito di fronteggiare gli choc simmetrici”. Anzitutto non è certa nemmeno nella proposta l’eventuale possibilità che il fondo possa liberare fondi in caso di gravi shock, perché solo gravi shock come la crisi economica del 2008 possono portare disoccupazione (ciclica) tutta l’Unione contemporaneamente. Altresì è altamente improbabile che la Germania (e gli altri Paesi del nord) sia favorevole all’emissione di eurobond, da lei sempre osteggiati. Sono anni che vengono proposti e altrettanti gli anni in cui i tedeschi fanno un passo indietro, perché nella loro idea di Unione, evidentemente, si deve solo ricevere e non dare.

Il progetto del Ministero, quindi, ha un retrogusto fatalista: la disoccupazione strutturale c’è e non ci si può fare niente, se non tagliare i salari. L’unica azione possibile è istituire fondi dalla dimensione limitata che affrontino solo particolari casi di disoccupazione ciclica di natura asimmetrica e particolare: più una mossa politica che una concreta spinta a livello economico. Il sussidio è un atto di resa in quanto non punta a creare lavoro ma soltanto ad alleviare il dolore del disoccupato: un perfetto manifesto di solidarietà europea, nel concreto inutile e inadeguato. L’impressione è che si stia tentando di prolungare l’agonia di una costruzione sovranazionale da anni in declino e sul viale del tramonto.