È noto come ormai persino il Governo si sia accorto della crisi demografica che attanaglia l’Italia. Il Ministro della Salute Lorenzin ha recentemente parlato della questione come di un’apocalisse imminente, di un crac colossale all’orizzonte: “Se andiamo avanti con questo trend, senza riuscire a invertirlo, tra dieci anni cioè nel 2026 nel nostro Paese nasceranno meno di 350mila bambini all’anno, il 40% in meno del 2010. Un’apocalisse. Saremo finiti dal punto di vista economico, e da quello della nostra capacità vitale” (La Repubblica). Ci sono voluti quasi quarant’anni di ininterrotto declino della fertilità, ma anche a Palazzo ci sono arrivati.

Certamente, sottolinea la Lorenzin, non può non esserci una correlazione con la crisi economica. E qui casca l’asino. Il dato economico non ha infatti tutta la centralità che gli viene ottusamente attribuita.  Non si ripeterà mai abbastanza, come fa il demografo Volpi da tempo su Il Foglio, che la crisi demografica italiana ha origine nei primi anni Settanta, quando il paese godeva dei frutti del boom post-bellico. Parimenti, non si ricorderà mai troppo che anche altri paesi europei, più ricchi e benestanti del nostro, che godono di un welfare generoso ed efficiente, come si suole dire, soffrono dei medesimi grattacapi demografici. Basti come esempio su tutti quel potentato economico che è la Germania, affetta come l’Italia da una fertilità ai minimi storici. Con ciò non si intende certo far campagna contro il “bonus bebè” o politiche fiscali a misura di famiglia. Piuttosto, preme sottolineare come il dato economico non sia così esplicativo come si vuol far credere.

Più interessante e più vicina al cuore del problema è quella che la Lorenzin chiama la “questione sanitaria della fertilità”, ovvero l’insieme dei problemi che impediscono di avere figli. Il primo problema, scoperta delle scoperte, è l’età, giacché in media le donne italiane affrontano la gravidanza dopo i trent’anni, il che riduce drasticamente la probabilità di dar vita una progenie numerosa, visto che superata la trentina la fertilità femminile comincia a declinare rapidamente. Ma perché questa tendenza a procrastinare la maternità? La Lorenzin accusa la diffusa mentalità che vede nella maternità un ostacolo al lavoro e alla carriera. Effettivamente, uno stage pesa indubbiamente più di una gravidanza sul curriculum vitae. Tuttavia, è qui che casca nuovamente l’asino. O meglio, inciampa in quell’ingombrante convitato di pietra che pochi, anzi pochissimi osano nominare quando si parla di crisi della natalità. Si tratta, ovviamente, della contraccezione. Se le gravidanze tardano, è perché è possibile ritardarle. Tra gli effetti collaterali della pillola, il più funesto è certamente il senso di dominio della natura di cui viene investita la donna sessualmente emancipata, libera dalla tirannia dei propri ormoni che la espongono periodicamente a finestre di fecondità. Funesto perché alimenta la tremenda illusione che si possa procreare come e quando si vuole, rimandando finché a quando il conto in banca non risulta abbastanza rimpolpato, che di questi tempi equivale a procrastinare indefinitamente. Se in Italia son nati più bimbi durante gli anni della Seconda Guerra Mondiale che negli ultimi due anni, non è di certo perché le condizioni economiche all’epoca fossero migliori o perché ci fosse meno precarietà. Semplicemente, ci si amava senza pillola e non all’ombra dei distributori di Durex. Ciò per ribadire che la questione economica, lungi dall’essere la causa prima dietro il crollo della natalità, fa piuttosto da corollario ad un fenomeno ben più decisivo, ovvero la rivoluzionaria scissione tra sessualità e procreazione, impostasi alle masse negli ultimi decenni quale paradigma culturale.

Ma perché, dunque, nel dibattito pubblico non si osa ricondurre la crisi demografica alla diffusione massiccia della pillola e degli altri anticoncezionali? In primis, perché si andrebbe a toccare per l’appunto il dogma della sessualità cosiddetta emancipata. In secundis, perché il mercato degli anticoncezionali costituisce un business non da poco a livello mondiale (17 miliardi di dollari stimati nel 2015, destinati a crescere vista la rapida espansione nei paesi “in via di sviluppo”), dominato da attori potentissimi, quali la Bayer o la Pfizer. Hai voglia, Lorenzin, a lanciare Fertility Days (il prossimo è il 22 settembre; voi tutti angosciati dalla sterilità nazionale, segnatelo in agenda).