Sarebbe forse possibile tracciare la carta geografica di un pianeta dalle terre in perpetua transizione? Con tutta evidenza la risposta è no, perché ogni sapere, conoscenza o definizione può fondare la propria verità solo in riferimento ad una condizione ambientale stabile, ad un’identità preservata nel mutamento. D’altra parte, però, senza una geo-grafia non sarebbe possibile strutturare alcuna interazione cosciente con il mondo rappresentato – senza una scrittura del mondo, non si potrebbe scrivere nel mondo. Tuttavia, se la scrittura antropica è qualcosa a cui, con qualche sforzo, si potrebbe anche rinunciare, la responsabilizzazione della mano scrivente non può non considerarsi, invece, una priorità di ogni Stato che voglia dirsi civile e moralmente consapevole. E giacché le trame del capitalismo animano ogni processo periodizzante della storia contemporanea, affinché essa possa esser compresa diviene irrinunciabile la necessità di abbozzare una geografia del capitale; con la sola improba differenza che esso, senza patria od identità, è soggetto ad infiniti trasferimenti e repentine delocalizzazioni, assumendo sempre più, famelico del rifugio che possa conservarlo integralmente, le fattezze telluriche di una landa senza posa.

Seppur il nomade anonimato dei patrimoni rappresenti un’ostilità intrinseca, il principale scoglio per un’esaustiva geografia del capitale è il suo occultamento, ovvero il deposito di un’enorme quota degli attivi finanziari mondiali nei paradisi fiscali. Questo fenomeno salta sfrontatamente agli occhi non appena si osservi la posizione patrimoniale dei paesi ricchi (qui intesi come Giappone, Stati Uniti ed Europa) rispetto al resto del mondo: secondo i dati ufficiali pubblicati da istituiti statistici internazionali e raccolti dagli organismi internazionali, fra i quali l’FMI, gli attivi esteri netti dei suddetti paesi registrano dalla fine degli anni ’90 ad oggi un tasso complessivamente negativo, equivalente nel 2005 al -4% del Pil mondiale. Sembrerebbe, dunque, che le cosiddette nazioni ricche godano solo illegittimamente di tale titolo, perché indebitate con altre potenze economiche emergenti, pur invisibili agli occhi dei più. Non foss’altro che questa posizione negativa non trova nessun detentore di una controparte equivalente; tanto più che, come ovvio, anche i paesi in via di sviluppo esibiscono un tasso di indebitamente di poco superiore al 4%. Quest’anomalia statistica piuttosto annosa e solo apparentemente paradossale potrebbe essere indice di errori materiali e calcoli al ribasso, oppure di un debito tuttora non saldato con Dio che ammonta, più o meno, all’8% del Pil mondiale. Escluse le cause teologiche o sulla finitezza della mente umana, la questione è ben più semplicemente individuabile nell’assenza massiva di attività finanziarie detenute da privati nei paradisi fiscali e premurosamente custodite dai segreti bancari. È solo con un biblico sudore della fronte che economisti come Gabriel Zucman hanno potuto attingere a dati bancari svizzeri prima inutilizzati, arrivando a stimare una massa di capitale ignoto ad ogni registrazione di almeno il 10% del Pil mondiale, con probabili eccedenze considerevoli. Percentuali simili appaiono certamente raccapriccianti, ma la loro causazione non può essere individuata, come si diceva, da una semplice proprietà immanente al denaro quale l’impersonale erranza; si consideri, infatti, che solo nella metà degli anni ’80 il saldo globale fra paesi economicamente potenti e in via di sviluppo era prossimo allo zero, cioè senza margini di falsificazione. Ancora una volta, la responsabilità di queste frodi a cielo aperto è da rinvenire negli stati occidentali vestiti di un’indifferenza ormai sudata di vergognosa omertà, nonché nell’autoassolventesi astensione dal porre il benché minimo vincolo sovranazionale alle vie della preservazione patrimoniale privata che, come quelle del Signore, sono infinite.

Se confrontato con l’evo del colonialismo, quando i paesi ricchi detenevano ricchezze comparativamente molto più elevate, l’odierno bilancio delle posizioni economiche internazionali, si potrebbe dire, è relativamente equilibrato. Ma queste letture ingenue e tendenziose degli apologeti del neoimperialismo capitalista tacciono sempre la necessità di una contestualizzazione storica di ciascun dato economico; contestualizzazione che indicherebbe come nell’età contemporanea il peso del denaro, il diamante dei beni difensivi, sia incommensurabilmente superiore al passato, data la sua notoria irrinunciabilità. Ebbene, denunciare queste pratiche ormai contagiosamente massive, professare la necessità di una pubblica dichiarazione di tutti i beni, cessare una vile complicità nei confronti dei paradisi fiscali e pretendere una volta per tutte la sospensione integrale dei segreti bancari sono l’unica via per applicare una tassazione progressiva ed esaustiva su chi da troppo tempo la rifugge, osteggiare e contenere l’indiscriminata crescita dei patrimoni privati oltre che per tracciare con globale consapevolezza una geografia esauriente dei patrimoni esistenti. Quest’ultimo genere di indagine, forse donchisciottesca e tutta intellettuale all’apparenza, non rappresenta un vezzo vano e fine a se stesso, quanto l’unico strumento per poter concepire organicamente e sistematizzare i moti globali sospinti dal capitale, cioè la Storia toto cœlo. Se nel contemporaneo geografia del capitale e storiografia sono la medesima cosa, la Nottola di Minerva deve apprendere l’economia per poter raccogliere il senso della Storia.