La solitudine non è una condizione reale ma uno stato psicologico; non si è mai davvero soli, ci si sente soli. Gli echi di tutto il Novecento, nella sua trasversalità artistico-intellettuale, risuonano sordamente nella contesa della solitudine fra Essere e coscienza. Se l’uomo, per incomunicabilità, per l’abisso che lo separa dall’Altro, per la differenza ontologica rispetto a tutto ciò che non è sé, non sia in fondo strutturalmente solo: il conflitto ideale fra Heidegger e Lévinas e infiniti altri non ha ovviamente mai cessato di consumarsi su queste parole. Rispetto a codesto spazio di solitudine esistenziale, per così dire antropologica, possiamo ritagliarne un altro già sociale e storico, meno accidentato ma non per questo sorvegliato dalla quiete. Se la solitudine è una condizione psicologica, lo stesso si dovrà dire della socialità, a sua volta irreale ma esperibile. Ogni concrezione di questi stati non è mai, dunque, lo stato in sé, ma una sua manifestazione particolare, influenzata dalle circostanze in cui essa si presenta e dalle pratiche sociali in esse vigenti. In questi termini, la socialità come la solitudine sono una cultura, ovvero qualcosa di appreso e contestualmente determinato, quasi il frutto di un’educazione sentimentale che s’insozza e modella nel confronto con il prossimo. La solitudine si impara, così come la compagnia. Non posizioni teoriche innate, ma passioni che si apprendono nella fatiche delle tappe, necessarie o meno, di una vita.  Con ciò non si intende che vi sia in termini assoluti un modo corretto di stare insieme o di stare da soli, ma che vi è qualcosa come un’evoluzione nel rapporto con sé e con l’altro che matura attraverso l’esperienza – così come si passa dallo stadio infantile del Fort/da all’autonomia dalla guardia del genitore. Tornando alla Storia, la coltre gelida di quest’oggi, abitato da nichilismo, morte d’ideali, sentimento d’inadeguatezza, insensatezza e solitudine è tutta un medesimo groviglio rigurgitato proprio dall’inaridimento del sentimento nella sua priorità esistenziale. L’intransigente violenza delle passioni ha ceduto al giogo della mediatizzazione, lato sensu. E qui entra in gioco il denaro.

In un sistema di mercato efficiente, il denaro è uno strumento che dev’essere esercitato in modo solitario, senza legame con la sua origine o dal suo merito, ed il suo potere d’acquisto deve realizzarsi indipendentemente dal consenso altrui. Economicamente, ogni uomo è un’isola. I beni, nel loro anonimato, hanno a loro volta la sola determinazione del prezzo e, quando integralmente pagato, devono essere ceduti, senza interferenze di giudizio personale sul suo uso futuro o l’individuo che l’acquista, atti teoricamente illegali. In una transazione economica, l’altro in quanto persona è un accidente. L’attitudine spontanea della pratica monetaria alla capillarizzazione, e conseguentemente all’estensione diffusiva, tende a sostituire ed eliminare tutte le transazioni alternative, cioè partecipative e di dono, che dipendono dal riconoscimento personalistico. Quando ogni atto è indipendente, è l’individualismo metodologico il solo faro del soggetto, le cui possibilità e decisioni sono autoreferenziali e seconde solo alla disponibilità materiale. A morire in questo processo non sono solo gli scambi e i favori pseudo-economici che implicavano comunque un giudizio delle parti, ma soprattutto tutte le iniziative che inauguravano rapporti comunitari, l’humus della strutturazione sociale, che ora divengono puri atti di compravendita. Se la tendenza espansiva della moneta non è più solo un’inclinazione ma una realizzazione storica globale, com’è oggi in tutto il mondo civilizzato e in esportazione in quello “in via di sviluppo”, le implicazioni sistematiche di tale processo sono tanto drammatiche quanto eloquenti.

Una volta i panni si nettavano nei lavatoi lungo il fiume, oggi nella sicurezza di un’abitazione grazie alla lavatrice. Una volta ci si recava personalmente dai diretti produttori per chiedere dei loro prodotti, nella maggior parte dei casi artigianali; oggi un supermercato risparmia da solo mille dispersive fatiche nell’omogeneizzazione dell’offerta dei beni. Una volta il tarlo di un dubbio mobilizzava alla ricerca di qualche sapiente, un anziano, un intellettuale o un bibliotecario, che potesse dirimerlo o reindirizzare ad altri testi o fonti che l’avrebbero fatto, inaugurando una nuova peripezia di ricerca; oggi non c’è quesito che non conosca risposta se digitato sulla rete. E per fortuna, si direbbe – e ogni incipit narrativo vuol testimoniare proprio quanto anacronistiche queste pratiche, ormai lambenti il cliché, appaiano a chi mai ha avuto occasione di viverle. L’evoluzione di simili atti costituisce indubbiamente un progresso in termini di comfort, ma altresì concorre significativamente a sfilacciare i processi di socializzazione che ciascuno dei suddetti contesti avrebbe comportato. Allo stesso modo, ogni iniziativa individuale che un tempo avrebbe inevitabilmente richiesto il ricorso ai favori dei membri della comunità e all’indebitamento morale con essi può oggi comodamente esser sopperita dall’intervento di professionisti a pagamento, la cui efficienza è probabilmente maggiore, il cui rapporto è meno dispersivo e verosimilmente più rapido. Nel momento in cui è la socialità stessa a proporsi come esigenza inappagata, ecco fiorire senza indugio tutto un mondo di surrogati economici: dal personal trainer allo psicanalista o al recente car sharer, dall’insegnante a ore alla prostituta. Homo, sive pecunia: puri rapporti fra soggetti economici, da cui l’eterna solitudine dei clochard.

Il denaro non è intrinsecamente l’apocalisse, ma una sua pericolosa scintilla. Quando la pratica monetaria non subisce vincoli posti dall’esterno, e tanto più le istituzioni adibite a questo proposito si sovranazionalizzano tanto più faticoso risulta farlo, la pervasività degli spazi comunitari è così violenta da incancrenire la reciprocità relazionale, creando indipendenza in un’acuta fase di individualizzazione. Tale processo di desocializzazione e derealizzazione è attuato dalla moneta in quanto mezzo: ogni sovraffollamento di media crea un progressivo distacco dalle cose stesse, favorendo un passaggio solitario per vie che nemmeno il Signore contempla fra le proprie infinite. Ogni mediatizzazione del reale è una sua negazione, ogni attività che transustanzia la gratuità relazionale alla transazione economica è l’abbandono d’un brandello di umanità, tassello di una sistematica mal-educazione sentimentale. Su questo proscenio sconfinato di sociali razzie si consuma quotidianamente la nostra realtà: stupiamoci di osservare quanti dei nostri rapporti si attuano contemporaneamente ad un pagamento. “Si è soli anche fra gli uomini”, rispose il serpente al Piccolo Principe nel deserto – e mai come oggi siamo viandanti solitari e inermi nel cuore di una sterminata, desertica umanità.