“Mors tua vita mea”, pare recitassero i gladiatori prima di entrare al Colosseo. La morte dell’altro per la propria sopravvivenza. Un proverbio che riaffiora nel nostro immaginario collettivo con la divulgazione in questi giorni dello studio Eurispes, secondo il quale gli italiani sarebbe affetti dalla cosiddetta “sindrome del Palio di Siena”. A coniare questa espressione fu il genetista Luca Cavallo Sforza (quando si dice nomen omen). Secondo il professore dell’università di Stanford in California nella forma mentis italiana risiederebbe il motivo della mancanza di senso di associazionismo e collaborazione del Belpaese. L’atteggiamento è quello del  Palio di Siena, la cui regola principale è quella di impedire all’avversario di vincere, prima ancora di impegnarsi a vincere in prima persona.

Un’invidia che ha assunto il connotato sociale e si manifesta in un’ostilità e una chiusura aprioristica verso il prossimo, il vicino di casa, il collega, chiunque possa essere parametro di misurazione del proprio successo. Il benessere individuale è assolutamente relativo, può misurarsi unicamente soppesando la quantità di beni e di status simbol rispetto al prossimo. È la benedizione dell’economia di mercato, che ne assicura il successo e la perpetrazione; è la condanna dell’economia sostenibile, che tarpa le ali allo sviluppo del potenziale dell’individuo e della collettività.

Non ha fatto breccia sugli animi la contrapposizione all’adagio latino da parte della dottrina cristiana del “Mors mea vita tua”. Per comprendere come l’invidia sia un male atavico, osserva persino il poco mondano Schopenhauer, basta vedere un gruppetto di ragazzine notare come queste faranno fronte comune contro la più piacente. Sin dalla scuola primaria si nota nei bambini un’avversione per i più bravi, additati come secchioni( in particolare in quei  Paesi, dove, ahimè, il merito conta poco). Questa pulsione innata dell’individuo, che se ben canalizzata attraverso l’educazione può portare a forme di emulazione e di sublimazione, viene amplificata dal modello economico e sociale attuale, che misura l’individuo in base alla sua capacità di consumo.

L’avere diventa misura dell’essere e, in tempi di crisi economica, questo principio subisce un processo di isterizzazione. Misura del proprio avere, e quindi del proprio essere, diventa il prossimo più immediato, non chi oggettivamente gode di posizioni di prestigio socio-economico, più o meno immeritato. Così la  frustrazione del soggetto, sempre più ignara e distante dall’ambizione all’emulazione, trova oggetto di sfogo in uno stereotipo, un capro espiatorio creato ad hoc. Così gli impiegati statali diventano furbetti da combattere da parte di commercianti e liberi professionisti, e questi ultimi vengono additati come evasori e fomentano l’odio dei primi. Un’invidia sociale che si autoalimenta, senza esclusione di colpi, tranne per chi sta al riparo dei piani alti, troppo in alto perché possa essere un metro di paragone della propria mancanza.