Acheter au son du canon et vendre au son du clairon. Proverbio di saggezza borsistica francese che suggerisce di acquistare quando tutto sembra andare male (“al suono del cannone”) e vendere quando tutto sembra andare bene (“al suono della tromba”). È in tempi difficili che si possono concludere gli affari migliori. A dieci giorni dagli attentati del 13 novembre, con una Parigi blindatissima cuore di un’Europa disorientata e in preda alla psicosi, i mercati veleggiano tranquilli, guardando con lieto ottimismo al futuro. Infatti, la liquidità dovrebbe rimanere abbondante nei prossimi mesi. Anche se la Fed decidesse infine, nella prossima riunione di dicembre, di alzare i tassi di interesse, la Bce rimane decisamente orientata ad una politica monetaria alquanto accomodante. Da Francoforte si dicono pronti ad utilizzare ogni mezzo per rilanciare l’inflazione nell’Eurozona, cominciando da un ampliamento del quantitative easing già in atto. Tanto basta a rasserenare i mercati. Non c’è troppo da stupirsi, dunque, se i principali indici borsistici abbiano chiuso in rialzo la settimana successiva all’assalto del Bataclan. Persino il CAC40, il listino di riferimento della piazza di Parigi, è avanzato di oltre due punti percentuali rispetto alla chiusura pomeridiana di venerdì 13. Forse, a fomentare gli investitori, hanno contribuito anche le parole di Hollande che ha promesso di infischiarsene dei limiti budgetari per spendere quanto occorre in guerra e sicurezza.

Che il mercato sia baldanzoso mentre il Vecchio Continente permane in uno stato di tensione palpabile desta comunque non poche perplessità. Difficile accettare la leggerezza del business as usual con cui i mercati stanno affrontando gli avvicendamenti in corso. Gli operatori si giustificano affermando che l’attentato, relativamente costoso in termini di vite umane, non ha intaccato i “fondamentali”, ovvero le variabili reali che determinano l’andamento dell’economia. Per quanto sia vero che non è stato toccato nessun obiettivo economicamente nevralgico, è legittimo sospettare che il mercato si presenti come fedele riflesso del mondo concreto quando più gli aggrada. Piuttosto, è plausibile che i mercati, operanti tramite algidi algoritmi, siano in grado di assorbire gli choc molto più rapidamente degli esseri umani, inevitabilmente (ed eccessivamente) emotivi. Anche in occasione dei precedenti di New York, Madrid e Londra, i relativi listini (S&P 500, IBEX 35 e FTSE 100), dopo l’incertezza iniziale, chiusero l’annata in netto rialzo (rispettivamente: 5.1%, 9.5%, 7.4%). Come nota il Wall Street Journal, l’atteggiamento di insolente indifferenza dei mercati suggerisce una triste “assuefazione” a questo tipo di eventi che, per quanto esogeni e relativamente imprevedibili, sono entrati a far parte degli scenari di routine. Abitudine, dunque, a quello che per la società occidentale, opulenta e imbelle, rimane fonte di sconcerto e di isteria mediatizzata. Verrebbe quasi da dire che i mercati, nella loro fredda razionalità calcolatrice, siano in fondo armati di un lodevole realismo pragmatico, se non fosse che poi basta un mero rumour sulla futura politica monetaria delle banche centrali a scatenare il panico tra gli operatori. Insomma, dove non può una raffica di kalashnikov, può la semplice parola del Mario Draghi di turno. È la sconcertante leggerezza dei mercati.