Un nuovo fantasma ha preso a spaventare il mondo: il declino della crescita cinese. Negli ultimi due decenni la potenza asiatica ha fatto da motore per la crescita globale, insieme alla sua controparte statunitense, arrivando ad una crescita del Pil a doppia cifra e diventando a partire dagli anni ’80 la fabbrica del pianeta. Grazie alle riforme di Deng Xiaoping la Cina è diventata la seconda potenza economica, tanto da fare parlare nei primi anni 2000 dell’ascesa del “secolo cinese”. Eppure, in anni non sospetti, diversi esperti hanno manifestato evidenti preoccupazioni riguardo la crescita cinese, paventando una continua alterazione dei conti da parte del regime di Pechino, oltre che la presenza di una gigantesca bolla immobiliare (le famose metropoli vuote costruite nel nulla). Alcuni negli anni passati erano arrivati a teorizzare un possibile “hard landing” per l’economia del dragone, con tassi di crescita addirittura inferiori al 3%. Una possibilità che potrebbe diventare reale nel biennio 2015/16, dato che i segni di rallentamento continuano a moltiplicarsi con riflessi su tutte le economie dell’estremo oriente, dal Giappone che vede sparire gli effetti del suo QE, alla Corea del Sud che incomincia ad avvicinarsi alla recessione.

Ad Occidente il quadro non migliora affatto a causa delle continue turbolenze causate dal dramma greco all’interno della area Euro, il quale sta assumendo aspetti tragicomici con dichiarazioni e contro-dichiarazioni da parte delle autorità elleniche e dei creditori europei, i quali non sono riusciti ancora a raggiungere un accordo, con il rischio plausibile di una Grexit e della reversibilità dell’Euro, come testimoniato di recente da Mario Draghi. A questo si aggiungono i venti gelidi provenienti dal governo inglese di Cameron, il quale forte della rielezione e fiutato il momento favorevole, sta spingendo nella direzione dell’abbandono dell’Unione europea, nonostante gli spauracchi lanciati dalle banche presenti nella City di Londra. Gli stessi Stati Uniti registrano una crescita sempre più anemica con trimestri leggermente positivi e un’economia che mostra più ombre che luci. Nonostante il raggiante proclama di Obama all’inizio dell’anno “La crisi è finita”, la realtà dimostra tutto il contrario, tanto che molte autorità ai più alti livelli sono spaventate dal fatto che la “recovery” sia stata così estremamente lenta e debole. Alcuni settori bancari incominciano a chiedersi quali potrebbero essere le “soluzioni” da usare nel caso di una nuova devastante crisi finanziaria, viste le profonde anomalie presenti nel Sistema. Ormai da 5 anni i tassi della Fed sono inchiodati allo 0,25%, cosa mai capitata prima negli scorsi decenni, mentre quasi tutte le maggiori banche centrali planetarie sono impegnate in massicce iniezioni di liquidità. I debiti pubblici dei vari Stati sono esplosi e non lasciano ulteriore margine nel caso di un revival della Grande Recessione, mentre l’impoverimento del ceto medio diventa sempre più evidente con gravi ripercussioni su i consumi.

A questo scenario opaco si aggiunge l’allarme lanciato dalla famigerata banca di investimento Goldman Sachs, la quale avverte che l’eccessivo indebitamento nelle economie più avanzate si sta avviando verso un’insostenibilità diffusa a causa dell’aumento delle aspettative di vita e quindi un netto invecchiamento della popolazione, mentre scarseggiano le giovani generazioni che dovrebbero ripagare l’immenso debito. Anche in questo caso però si osserva il continuo occultamento del segreto di Pulcinella, ovvero che il debito pubblico e privato non potrà mai essere ripagato. Ma mentre questi segnali di allarme diventano sempre più inquietanti, una delle maggiori economie dell’Unione Europea continua a mostrare leader perennemente sorridenti, con il presidente di Confindustria che “non ha da chiedere niente al governo”, fino alla patetica relazione buonista del governatore della Banca d’Italia. Sogni d’oro nel Belpaese…