Si sa che i mercati sono sempre alla ricerca di un quid che possa alimentare il gioco del rischio, di una narrativa che orienti e dinamizzi le loro scommesse: la Grecia, la bolla cinese, il prezzo del petrolio, il referendum sul Brexit. Passato il terremoto britannico e constatato che per l’apocalisse economico-finanziaria, ammesso e non concesso che si verifichi, ci vorrà del tempo, l’attenzione dei mercati si è spostata tutta d’un colpo sulle banche italiane. L’Economist la rivista liberale d’oltremanica sempre pronta a fustigare l’Italia tanto bella quanto improduttiva e oziosa, non ha mancato di dedicare una copertina alla questione, scorgendo nelle difficoltà bancarie italiane la radice della prossima crisi europea. Come se poi l’Europa avesse già smaltito quella in corso, che da crisi finanziaria si è rivelata essere una crisi metapolitica, per non dire metafisica (quale sia davvero l’essenza di questa Europa, oltre il mercato, la moneta e le varie policies, non è infatti dato sapersi). Ma tornando alle banche nostrane, ci sono almeno tre elementi degni di nota in tutto lo story telling sui nostri vituperati istituti di credito.

Primo, negli ultimi venti giorni i giornali finanziari, che hanno l’onere di pesare i “sentimenti” del mercato, hanno parlato di crediti deteriorati (i non-performing loans) e mancanza di capitale quasi fossero una novità per il settore bancario italiano, contribuendo a fomentare il nervosismo sui titoli bancari. Si tratta, in realtà, di problemi ben noti che affliggono le banche italiane dal 2008 a questa parte. A dirla tutta, già prima della crisi, le banche italiane mostravano già un rapporto tra impieghi deteriorati e impieghi totali ben superiore alla media europea (8% contro 4% nel 2008, salito rispettivamente a 18% contro 12% alla fine del 2015; fonte Eurostat). Quanto alla mancanza di capitale, è una storia che va avanti da almeno due anni. Già nel 2014 la European Banking Authority (EBA) e la Banca Centrale Europea avevano infatti rilevato come nove istituti bancari italiani sui venticinque considerati fossero a corto di capitale. Alcuni hanno preso le misure necessarie, altri continuano a penare (vedasi il recente caso di Banca di Vicenza e Veneto Banca). Nihil novum sub sole dunque. La reazione dei mercati e delle testate finanziarie o è frutto dell’isteria post-Brexit o è figlia di una strategia della tensione volta a incanalare nella “direzione giusta” il voto italiano in vista del Referendum Costituzionale previsto per ottobre. Temuto quasi quanto il Brexit, sia dai mercati che dai policy-maker, è infatti il vuoto politico che potrebbe seguire alla vittoria del NO e alle eventuali dimissioni di Matteo Renzi.

Secondo, se è vero che le banche italiane non se la passano benissimo e che la situazione è non solo finanziariamente ma anche politicamente delicata, visto il regolamento europeo vigente in materia di risoluzione bancaria (il famigerato bail in), non sono neanche quelle messe peggio, come illustra questa infografica de Il Sole 24 Ore. Fanno infatti buona compagnia le banche irlandesi, greche, portoghesi e cipriote, che presentano una percentuale di crediti deteriorati superiore o analoga a quelle delle banche italiane. Oltretutto, le banche italiane hanno un tasso di copertura dei crediti deteriorati che non sfigura affatto rispetto alla media europea e risultano anche poco esposte, rispetto al proprio patrimonio, in termini di derivati e titoli tossici. Lo stesso non si può dire della Germania, visto che Deutsche Bank e Commerzbank hanno in pancia titoli tossici, difficilmente valutabili e sicuramente invendibili. Non a caso è stato proprio il capo economista della Deutsche, David Folkerts-Landau, a proporre recentemente la creazione di un fondo pubblico europeo a sostegno delle banche.

Terzo, l’esasperante tiritera su a chi, come e quando toccherà risolvere il problema dei crediti deteriorati induce quasi a invocare il liberalismo bancario puro e duro di von Hayek e von Mises, che auspica il fallimento delle banche incapaci di tenere testa al mercato, senza inciuci e contro-inciuci a salvare la sedia dei banchieri, prima ancora che le tasche dei correntisti e piccoli investitori. Verrebbe da invocarlo se l’Italia non fosse un paese banco-centrico, dove banche, famiglie e imprese sono vicendevolmente esposte l’una verso l’altra e dove la morte di un istituto bancario può significare la morte del territorio ad essa legato. Ma l’alternativa, quella della bad bank e trovate simili, è continuare ad accumulare la polvere sotto il tappetto, magari passando da un tappeto all’altro. Il principio del bail in, ovvero la condivisione delle perdite tra azionisti, obbligazionisti ed eventualmente correntisti, è spietato, ma potrebbe essere un’extrema ratio per non morire, vuoi di bancarotta, vuoi per soffocamento (perché di polvere sotto il tappeto se ne è accumulata troppa).