Quel che traspare dagli ultimi dati, a meno che nel frattempo non vengano cambiati o rimossi, è che la disoccupazione sia risalita al 11.7%. Un numero prevedibile anche quando il Governo distribuiva le magie illusorie del Jobs Act: la crescita dei posti di lavoro si é infatti registrata per le persone dai 50 anni in su e sono, rispettivamente, le fascie dei più giovani quelle maggiormente ingessate e di chi é “nella seconda età” ad essere esposte in termini di minori occupati. Questo già di per sé non abbassa, ma anzi ripropone il conflitto intergenerazionale. I segnali positivi del contratto “a tutele crescenti” che potremmo anche ridenominare “contratto determinato allungato” derivavano dagli sgravi fiscali, mentre adesso l’esonero- finanziato dai contribuenti- é più basso e l’illusione viene meno

 Ci sarebbe tra le proposte al vaglio dell’esecutivo l’idea di sbloccare la flessibilità attraverso i contratti di lavoro decentralizzati, sul modello Marchionne, legati interamente alla produttività. Peraltro si può ricavare una scelta orientata in questa direzione già nella legge di stabilità 2015. L’elogio in questi giorni da parte del Presidente del Consiglio nei confronti dell’Ad di Fiat Chrysler sottende proprio questo asso nella manica da parte del Premier: uscire da un’organizzazione verticistica e nazionale del mercato del lavoro.  In questa sede, non si contesta la scelta di per sé, da un punto di vista microeconomico può anche avere una sua efficacia e non si nega che il sistema corporativo, familistico, generatore di una democrazia più consociativa che liberale, sposi l’interesse dei grandi gruppi sindacali, da Confindustria alla Cgil. Il continuo interscambio di casacche, la predisposizione al trasformismo non sembrano modelli di democrazia alla quale aderire. Perché gli effetti collaterali che sono scaturiti da questa struttura pianificata non sono positivi: distribuzione anziché allocazione delle risorse, sacche di voto da conquistare attraverso mance che potremmo definire “politicamente interessanti” e via dicendo. Sullo sfondo di tutto ciò la poca trasparenza di lobby che anche dalle ultime vicende non sono regolamentate e che beneficiano di emendamenti-canaglia da parte dei governi

 Ma non sarà la riconversione organizzativa a spostare definitivamente il pendolo del ciclo economico di questo paese. A meno che qualche economista non inizi a tirare fuori le famose riforme Hartz, promulgate dal socialdemocratico Schroeder in Germania. Per chiarirsi: quello è in definitiva il modello verso cui l’Europa e l’Italia di Renzi stanno andando. Le riforme Hartz sono il classico argomento di chi guarda il dito e non la luna. E la luna nel caso tedesco sono i suoi mercati di sbocco che si sono avviati con l’allargamento europeo nei mercati dell’est, tra il  2004 e il 2007.

Guardando al non poco rilevante interesse nazionale, chi scrive non ha nulla contro l’egemonia mercantilistica. Basta chiamare le cose con il loro nome. L’Italia ha dei problemi da un ventennio in termini di produttività, ma per recuperare l’efficenza interna le riforme strutturali non sono sufficienti e l’obiettivo caso mai è quello di implementarle in un contesto di mutata politica economica (logica assicurativa). Da concretizzare, quindi, con un combinato disposto di politiche espansive che rimettano in moto l’economia del paese: investimenti, politica industriale – e il piano del Premier sulla banda ultra-larga se portato a termine va in questa direzione-  e anche con una politica del cambio rivedibile, in modo tale che sia possibile riassorbire lo svantaggio di competitività: l’una manovra non esclude l’altra. Sbilanciare del tutto un sistema economico che non ha gli stessi interessi e gli stessi target del mercantilismo nordico sulla dipendenza dei mercati esteri e quindi sulle esportazioni, ha gli stessi rischi sistemici di chi per anni ha pensato di poter imbarcare acqua ad interim- e soprattutto di averla bevuta quell’acqua anziché utilizzarla per irrigare nuovi campi.