Nella seconda metà del secolo scorso nella penisola iberica padroneggiavano forme di Stato autoritarie. Il Portogallo, in particolare, pur essendo pienamente inserito nel blocco occidentale difettava di tutti i requisiti per appartenervi. Requisiti, quelli democratici, richiesti anche dalla NATO, della quale il Portogallo è membro fondatore. Il regime di Salazar si insediò già nel 1926 e fu rovesciato solo nel 1974, anno cruciale per i processi di democratizzazione nel continente europeo. La rivoluzione dei garofani attuò un processo lungo e “accompagnato” che portò il Portogallo ad assumere una forma di Stato democratica e, parallelamente, ad avviare il suo processo di integrazione europea. Considerato la P di quell’ingiurioso acronimo volto a rappresentare i Paesi periferici dell’Unione, le dinamiche della sua crisi economica sono le solite innescate dal conflitto centro-periferia: economie giovani e drogate di capitali stranieri che entrano in una crisi di bilancia dei pagamenti. È uno spettacolo già visto. Così lo Stato lusitano fu costretto a plasmare la sua economia secondo delle scelte politiche esogene. Le stesse politiche che si adottarono nei confronti di altri Stati periferici che adesso condividono lo stesso destino. Considerando la natura empirica dell’economia, la valutazione del fattore tempo non dovrebbe mai essere tralasciata: politiche univoche prima o poi cadranno giocoforza in errore.

Successivamente alla crisi l’economia portoghese si rese ancor più malleabile. Una volta inserito nell’Unione monetaria al fine di guadagnare competitività sul mercato estero si agì con una compressione salariale. Spesso il Portogallo veniva preso come esempio dai media italiani in materia di liberalizzazione del mercato interno. La privatizzazione sfrenata venne acclamata come un atto di suprema diligenza, tralasciando ogni valutazione di costi e benefici. Qualche esempio? La parziale privatizzazione dell’impresa energetica Galp nonostante essa garantisse una piena redditività. La privatizzazione non viene quindi vista come una scelta razionale, strategica, bensì come un’opportunità da concedere aprioristicamente ai grandi gruppi privati, senza valutare l’impatto che potrebbe avere sul benessere sociale. Uno dei firmatari di queste politiche fu proprio l’attuale presidente della repubblica Cavaco Silva. Non sorprende che quest’ultimo sia agli onori della cronaca in questi giorni. Cavaco Silva ha negato, presupponendo l’esistenza di un vincolo costituzionale europeo, la formazione di un governo di accordo fra gli schieramenti di sinistra, nonostante insieme comprendano la maggioranza assoluta dei seggi.  Le dichiarazioni del presidente portoghese non lasciano spazio alle interpretazioni: “Dopo tutti gli importanti sacrifici fatti nell’ambito dell’accordo finanziario, è mio dovere, ed è entro le mie prerogative costituzionali, fare tutto il possibile per impedire che vengano mandati falsi segnali alle istituzioni finanziarie e agli investitori internazionali”. (1)

La ricetta economica e la ricetta istituzionale combaciano, con una presa di posizione netta da parte di uno dei vertici istituzionali. Meccanismo che, seppur alla lontana, richiama i passaggi istituzionali del 2011 in Italia. Con la differenza che in questo caso il voto popolare si è appena espresso e la legittimazione degli eletti è forse ancor più alta. Non di certo un bello spettacolo per un’ Unione che ha nei propri Trattati l’affermazione della democrazia.