di Brando Baranzelli 

“Così Dantès, che tre mesi prima non aspirava che alla libertà, non aveva più abbastanza libertà e aspirava alla ricchezza; la colpa non era di Dantès, ma di Dio, che avendo limitato la potenza dell’uomo, gli ha fatto dei desideri infiniti!”

Mi andava di citare Dumas per introdurvi a questo articolo, uomo di grande tatto ed estrema perspicacia nel comprendere la natura e gli impulsi dell’uomo. D’altronde dovrebbe essere la dote di ogni scrittore che si rispetti indagare sui sentimenti umani facendo ricorso alla propria anima, al proprio inconscio o al proprio intuito al fine di rispondere a quesiti circa le nostre emozioni, cose che l’intelletto stenta ad analizzare. A questa stregua il romanzo non faceva altro che da tramite tra il cuore dell’autore e il cuore del lettore, trasmettendo messaggi profondi sulla frequenza dello spirito e senza transitare dai meandri dell’intelletto. In sostanza lo scrittore andava a pescare la conoscenza che si cela nel più profondo del suo inconscio per comunicarcela in modo soggettivo, dando luce alla medesima conoscenza che si nasconde in noi. Ma esistono anche persone che osano far ricorso al logos e alla scienza per rispondere a problematiche assurde del tipo: “i soldi fanno la felicità?”. Una di queste si chiama Richard Easterlin.

Premetto che non vogliamo urtare la sensibilità di nessuno, qualora il lettore esclamasse: “come può un economista azzardarsi a toccare un tema così complesso e delicato come la felicità!”. Calma. È palese il fatto che la felicità sia determinata da una miriade di fattori che non competono alla scienza economica, ma l’econometria ci consente di misurare la correlazione tra due variabili ceteris paribus, ovvero a parità di condizioni; quindi in assenza di un eventuale mutamento degli altri fattori, di verificare se il reddito incide positivamente o negativamente sulla felicità. Easterlin ha dunque raccolto i dati di 30 anni di studi condotti in una ventina di paesi e riguardanti ciascuno la felicità dei soggetti, dopodiché ne ha analizzato la relazione con il reddito corrispondente. Dai riscontri empirici sono emerse le seguenti conclusioni:

– in seno ad un paese, chi è più ricco è mediamente più felice di chi è più povero: correlazione positiva

– gli abitanti dei paesi ricchi non risultano più felici degli abitanti dei paesi poveri: assenza di correlazione

– all’aumento di ricchezza di un paese non consegue un relativo aumento della felicità dei singoli: idem

Da questi risultati si evince un paradosso assai suggestivo: nella società, l’incremento di ricchezza per il singolo procura un incremento individuale della felicità, ma all’incremento collettivo della ricchezza non consegue alcun aumento della felicità globale; ciò che vale per il singolo non vale per la società nel suo insieme. In sostanza non ci interessa essere più ricchi, l’importante è essere più ricchi degli altri.

Provate a pensarci: nel medioevo eri contento se possedevi un cavallo, oggi abbiamo tutti la macchina con i vetri elettrici, l’aria condizionata e la radio, ma neanche ce ne accorgiamo; similmente un cambogiano fa i salti di gioia se può comprarsi le scarpe, mentre ad un americano non basta avere un televisore per ogni stanza. In parole povere, siamo globalmente più ricchi dei nostri avi, altrettanto più ricchi dei cambogiani, ma non pertanto più felici. Questo fenomeno è dovuto al fatto che ciò che conta per il singolo non è la ricchezza assoluta, bensì la ricchezza relativa, relativa a delle norme sociali che stabiliscono il medesimo concetto di ricchezza e determinano altresì se sei ricco o meno. Ciò che conta non è essere ricco, conta solo essere ricco secondo il giudizio altrui (o più ricco degli altri). Do per scontato che il concetto di ricchezza è noto a tutti, ma dinanzi al paradosso di Easterlin non può non sollevarsi una domanda più intrigante: che cos’è la felicità? È palese che per l’uomo medio, felicità e benessere materiale vadano di pari passo, ma perché averli associati in modo così cruciale? Può sembrare assurdo che una persona si senta soddisfatta nel potersi permettere ciò che gli altri non possono permettersi, eppure gli studi psicologici sembrano convergere verso questo fatale dato di fatto… A tal riguardo, Easterlin introduce il concetto di bisogno, spiegando che i bisogni sia individuali che collettivi variano a seconda del livello di sviluppo dei paesi e delle epoche considerate, poiché la soglia del bisogno cresce proporzionalmente al progresso. La crescita inoltre (alias incremento collettivo della ricchezza) coincidendo inesorabilmente col progresso, alza a sua volta la soglia del bisogno, e come per risalire una scala mobile in senso opposto, le pretese materiali dei singoli non arrivano mai al loro culmine.

Ricapitolando, l’aumento globale della ricchezza assoluta implica un conseguente aumento delle norme sociali relative ai nostri bisogni, che a loro volta ne azzerano l’apprezzamento, quindi la ricchezza relativa rimane invariata, onde rimane invariata anche la nostra felicità. Lo stesso ragionamento può essere iterato alle classi sociali. Ad esempio un impiegato si sente realizzato nella sua cerchia mostrando il Rolex che indossa al polso, mentre James Bond deve per forza ostentare la Ferrari per sentirsi figo, poiché chiunque nel suo entourage, anche il più modesto, ha il polso avvolto da un Rolex, se non è lui stesso avvolto da una Porsche. Perciò quand’anche una persona si arricchisse, dal momento in cui accede al ceto superiore, la sua soglia di soddisfazione cresce nelle stesse proporzioni dando vita a pretese e desideri sempre più inaccessibili, spingendola a volere sempre di più senza mai accontentarsi. Questi desideri irrefrenabili di cavalcare la cresta dell’onda che Easterlin chiama bisogni, sono quindi gli stessi impulsi che da bambini ci venivano rimproverati dai nostri genitori, i famosi capricci! Capricci condannati e demonizzati da chi come noi, era mosso dalla più perfida pecca della natura umana: l’invidia! Cosa può se non l’invidia fomentare il contrasto tra ricchezza assoluta e ricchezza relativa? Forse l’insicurezza, o ciò che comunemente viene chiamato “complesso d’inferiorità”. Tutto questo perché nella società odierna viene riconosciuta la ricchezza come virtù, basando le norme sociali sul successo prettamente materiale. Ma se la società considerasse la povertà una virtù e il lusso un peccato, i singoli farebbero a gara a chi è più povero, e il più povero sarebbe probabilmente il più felice. Nell’antica Grecia infatti, gli uomini cercavano di limitare il loro patrimonio al minimo necessario, poiché più proprietà significava più beghe, nonché un ostacolo allo sviluppo intellettuale e spirituale dell’individuo. Tuttavia tale principio era consentito da una condivisione collettiva dello stesso ideale, permettendo al singolo di non essere discriminato se appariva troppo povero, quindi di non entrare nella solita competizione per paura di rimanere al di sotto e al di fuori della cosiddetta “norma”. I desideri non sono quindi inerenti ed intrinsechi all’individuo, sono bisogni figli del bisogno supremo di essere alla pari con gli altri, la cui norma, non è altro che il risultato del nostro conformismo. Ordunque, ciò che determina le nostre azioni, i nostri desideri, le nostre ambizioni, il nostro percorso e perfino ciò che è giusto o sbagliato, è la società. La nostra felicità, la decidono gli altri, e finché nella società vigerà la regola della superiorità numerica, il singolo ahimè, sarà sempre alla mercé della massa. Ciò che Easterlin ha messo in rilievo in 40 anni di studi statistici e teorici, Dumas lo comprese chiudendo gli occhi qualche secondo, mentre la sua fantasia vagava in prua ad un veliero a fianco di Edmond Dantès, e sotto sotto, in certe occasioni della vita, in certi momenti di lucidità, l’abbiamo intuito anche noi. I soldi, la ricchezza, sono solo una stampella per un uomo troppo debole per camminare con il solo ausilio delle proprie gambe.