Quando si è circondati la resistenza diventa un obbligo. L’alternativa sarebbe la resa: in questo caso non contemplabile. Il 2016 ci ha consegnato un nuovo ordine mondiale e le élites non sono riuscite a capacitarsene. Ecco la ritirata, solo temporanea, dietro alle mura del castello di Davos. Dal 17 al 20 gennaio, infatti, influenti personalità del capitalismo mondiale si sono ritrovate nella splendida cornice delle Alpi svizzere per discutere. Discutere di cosa? Del presente e delle prospettive. Pura formalità. Uomini e donne ai vertici della società che eseguono una scevra disamina di problemi che potrebbero in realtà risolvere con la propria influenza. Davos è, in questi termini, la perfetta rappresentazione del 2017: un mondo diviso tra una stucchevole classe dirigente e un popolo semplicemente tradito ed esausto. Nelle comode baite i potenti parlano, si crogiolano nel loro essere importanti e contribuiscono al loro declino.

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Dal 1971 Davos ospita il World Economic Forum, organizzato dall’omonima associazione senza scopo di lucro.

Diversi sono stati gli eventi all’origine della popolo-fobia delle élites di Davos. Il primo, cronologicamente, è stato il referendum sulla Brexit, con l’imminente attivazione dell’articolo 50 del TUE da parte della Gran Bretagna. Una Theresa May che ne avrebbe sicuramente fatto a meno si è trovata a dover esporre al pubblico la road map destinata a traghettare la Regina fuori dall’Unione. Un pubblico supponente, impettito e preoccupato. Non tanto per il destino del Regno Unito, quanto per il loro regno: il mondo globalizzato. Il voto inglese ha rappresentato un forte freno al proseguimento di un progetto che vive dal 1989, con la caduta del Muro di Berlino. Tutto, fino a giugno dell’anno scorso, faceva presagire un percorso netto, magari stagnante ma privo di intoppi.

La May è stata chiara: sarà hard Brexit, niente compromessi. Se, però, qualcuno volesse mettere le mani avanti parlando di neo-protezionismo, muri e isolazionismo sappia che si sta sbagliando di grosso. La premier britannica è stata chiara: “Vogliamo una Gran Bretagna globale”. Pienamente sovrana e libera di scegliere il proprio destino, davanti a sé avrà più o meno lunghe trattative destinate a chiudere accordi bilaterali. Aperti al resto del mondo ma con specificità e responsabilità. La sensazione è che il distacco caratteristico della Commissione Europea dall’economia reale, specie durante la stipula di trattati come TTIP e CETA, abbia pagato l’incomprensione dell’elettorato. Non ci si riconosce più in entità sovranazionali intangibili e panteiste: servono limiti.

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Il Premier britannico Theresa May ha promesso, suo malgrado, che sarà hard Brexit. Ma la Gran Bretagna non intende affatto scendere dal treno della globalizzazione.

Impossibile ignorare il secondo evento che ha sconvolto il mondo nel 2016: Trump. La sua vittoria era quotata 3 a 1 dai bookmakers, mentre la Clinton si attestava ad un modesto 2 a 9. Non doveva vincere. Non era nei piani. Anomalia? Diretta conseguenza? Poco importa ora, poco importa a Davos. Le élites devono mettersi al lavoro, imbastire la resistenza: la globalizzazione è a rischio. È necessario comprendere il ruolo che, seppur in decadenza, gli Stati Uniti svolgono: sono la principale locomotiva della crescita mondiale. Se è vero, come è vero, che il mercato viene trainato dalla domanda, gli USA, con il loro deficit commerciale mensile che si aggira costantemente attorno ai 40 miliardi, rappresentano uno dei clienti più importanti delle economie esportatrici (tra le altre Cina e Germania).

Trump, introducendo una politica neomercantilistica, intende ridurre questo deficit e con esso il deficit della bilancia dei pagamenti (-2,7%). Che piaccia o meno, è lui a dettare la moda adesso. Dazi sulle importazioni, rafforzamento dei confini, ritorno all’idea di Stato-nazione. Le intenzioni sono buone, per quanto riguarda gli statunitensi ovviamente: produrre negli States per dare lavoro a chi risiede negli States. Un stop alle delocalizzazioni, alla libertà totale dei capitali produttivi. Per questo Trump preoccupa Davos: pur proponendo una generale deregolamentazione (all’interno dei confini a stelle e strisce) le sue politiche andrebbero a mettere i bastoni tra le ruote alle grandi multinazionali. La pacchia è finita?

A soffrire maggiormente l’abbattimento dei confini economici nazionali sono state le classe medio-bassa della popolazione. Nel 2015, per la prima volta, la somma di ricchi e poveri ha superato il numero di appartenenti alla classe media. Il sogno americano, il riuscire con le proprie forze a costruirsi una vita dignitosa, è svanito: va compresa la proporzione di tale avvenimento. Trump parla alla Rust Belt, agli operai (all’insieme dei salariati oppressi, se vogliamo prenderla in senso lato). La globalizzazione li ha colpiti, è vero, ma a Davos Jack Ma, il fondatore di Alibaba, ha sottolineato anche la mala gestione dei conti pubblici a Washington.

“Negli ultimi 30 anni l’America ha avuto 13 guerre al costo di 14,20 trilioni di dollari…  Cosa sarebbe successo se essi avessero speso parte di quei soldi per costruire infrastrutture, aiutare impiegati e operai?”

Jack Ma insiste su questo punto. Vi è stato un grave problema in fase di distribuzione dei profitti. A suo avviso, probabilmente correttamente, le aziende hanno investito in settori non produttivi, come il mercato azionario, perdendo di vista la creazione di posti di lavoro reali. Afferma altresì, come riportato nella citazione, che se gli Stati Uniti avessero investito i 14 trilioni di dollari in istruzione, ricerca e sviluppo (o comunque in favore della produzione) oggi la storia americana sarebbe decisamente diversa. Se, da una parte, il keynesismo militare non ha mai abbandonato l’economia americana per via del suo ruolo di giudice-arbitro mondiale, gran parte della spesa bellica non ha sortito effetti sulla crescita bensì sulla vita di soldati e civili.

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Scorcio di una cittadina della Rust Belt, determinante nella vittoria di Trump.

La Cina è stata protagonista indiscussa al Forum. No, non tanto per Jack Ma, quanto per il premier della Repubblica Popolare Cinese Xi Jinping, al suo battesimo del fuoco nella tana del capitalismo.“Molti dei problemi di oggi non sono affatto causati dalla globalizzazione”. Una novità. Una rivoluzione nel modo di approcciare quella perennemente strana e sconosciuta sostanza dagli occhi a mandorla. Sulla carta Jinping a Davos è il rappresentante di una nazione in cui a governare è, da decenni, il Partito unico Comunista. Appunto: sulla carta. Nella pratica i cinesi il capitalismo lo conoscono come le loro tasche e da tempo hanno imparato a prenderne le misure. Il primo fu Deng Xiaoping, leader cinese dal 1978 al 1993, che pronunciò l’epocale frase:

“Tutto ciò che promuove l’economia socialista è socialista”

Sotto il suo operato la Cina si aprì al mondo esterno, abbracciando, anche se delicatamente e con uno schizzinoso distacco, il libero mercato. Nacque Shenzhen, prima Zona Economica Speciale, destinata ad attirare capitali esteri e a diventare uno dei più fiorenti centri industriali del Paese. Xi Jinping è conscio del fatto che la propria economia dipenda ancora per consistente parte dalle esportazioni e che, nonostante il rapido mutamento, il progressivo sorgere di una classe media e il rafforzamento della domanda interna, la globalizzazione è stato il volano che ha contribuito al boom economico cinese. La libera circolazione dei capitali e, quindi, la possibilità di trasferire la costosa produzione industriale occidentale nel ben più economico e meno burocraticamente soffocante tessuto produttivo cinese ha portato all’esplosione della sigla “Made in China”.

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Il modello cinese, basato su una crescita controllata, lenta e sovente dolorosa dell’economia reale si sta rivelando vincente rispetto ad un occidente lanciatosi sulla finanza e, ad oggi, al palo.

E se la Cina ha presenziato in maniera così convinta al Forum, interpretando il ruolo di alfiere della globalizzazione, un motivo c’è: l’ordine mondiale è prepotentemente minacciato dallo Stato-nazione. Anche il FMI, nella persona di Christine Lagarde, ha espresso le proprie preoccupazioni. Quello che ci aspetta potrebbe essere:

“Un ‘cigno nero’ davvero grande che avrebbe effetti devastanti, se si ripetessero nel 2017 in maniera negativa tutti gli elementi di rottura che ci aspettiamo sulla base di quanto accaduto nel 2016, e se si va a finire in una corsa al ribasso sul fronte fiscale, del commercio internazionale e della regolazione finanziaria”

La paura è, evidentemente, quella che il treno passi su un binario sconosciuto e imprevedibile. Trump ha promesso politiche economiche che rappresentano un cocktail inedito per le economie più avanzate del III millennio: l’impatto “potrebbe non essere positivo”. Non positivo per gli Stati Uniti, per i partner commerciali e, sotto traccia, per la globalizzazione ormai stantia. Sempre Lagarde suggerisce una riprogettazione delle politiche economiche in favore di una maggiore redistribuzione della ricchezza. Qui irrompe, inevitabilmente, il rapporto Oxfam 2016. Se l’anno scorso l’1% più ricco della popolazione mondiale possedeva più ricchezza del restante 99%, quest’anno veniamo a conoscenza del fatto che 8 supermiliardari ne possiedono quanto la metà degli abitanti della Terra. C’è chi ha levato cori d’indignazione, chi vede in questo solo il successo personale di investitori che hanno saputo accumulare ricchezze. La verità sta nel mezzo: il capitalismo di oggi permette l’accumulazione e la polarizzazione della ricchezza mondiale, sregolato com’è dalla politica nazionale, e questo rallenta la crescita delle economie. Per quale motivo? Se è vero che gli “odiosi” 8 (per citare Tarantino) hanno e stanno creando posti di lavoro, la loro propensione marginale al consumo è nettamente inferiore a quella delle classi salariate e medio borghesi.

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Dall’alto a sinistra: Bill Gates, Warren Buffett, Jeff Bezos, Amancio Ortega, Mark Zuckerberg, Larry Ellison, Carlos Slim e Michael Bloomberg, gli “odiosi” otto paperoni.

È un dato di fatto. Cento euro hanno un peso diverso di tasca in tasca. Un operaio spenderà grande parte di quella cifra per far fronte alle necessità primarie. Un imprenditore milionario è già facilmente in grado di soddisfare le proprie necessità primarie e vedrà quella banconota verde come l’ennesima da aggiungere alla propria collezione. Per questo motivo l’eccessiva polarizzazione della ricchezza rappresenta una zavorra soprattutto per il benessere del ceto più popolare. Ignorare la correlazione con l’esplosione dei “populismi” (per quanto sia errato chiamarli così) è sintomo di miopia. Acuta.

È il nostro Pier Carlo Padoan a ribadirlo, con un intervento carico di quel rancore che dal 5 dicembre non se n’è mai andato. La sua riflessione è indirizzata alla classe media, la cui delusione viene espressa “dicendo no a qualsiasi cosa i leader politici suggeriscano”. Le politiche economiche pro cicliche non possono essere estranee al disagio di classe e generazionale che si è venuto a creare.  Un distacco, quello tra il mondo reale e classe politico-dirigente, che è è simboleggiato perfettamente dalle élite trinceratesi tra le mura di Davos. Lì, nel rifugio di chi è sotto minaccia dall’opinione pubblica e dai nuovi leader di pesanti nazioni, per gustarsi un hamburger con patatine è necessario sborsare 55 euro. Per una notte in hotel a 3 stelle oltre 2000 euro.

Come può il World Economic Forum, con questi presupposti, sintonizzarsi sulla stessa lunghezza d’onda della classe media? Da due decenni a questa parte ha smesso di riuscirci. Solo con la resa, con la reinterpretazione delle strategie di comunicazione e, soprattutto, politiche economiche alternative il gap tra governo e governati si può ridurre. Il Mondo Nuovo, per dirla alla Huxley, prevede una globalizzazione consapevole, fatta di Stati sovrani, accordi bilaterali, piedi per terra e dialogo sostenibile. Allacciate le cinture, questo 2017 ci riserverà turbolenze.