In “soli ” 40 anni, il settore bancario americano è cambiato profondamente. Lo spartiacque degli anni 80′ deviò la politica economica degli Stati verso orizzonti affini al Thatcherismo. Il main motive del “meno Stato” attecchì senza indugi anche negli Stati Uniti, con l’approdo alla presidenza dell’hollywoodiano Ronald Reagan: “Se si muove, tassaloSe continua a muoversi, regolalo. E se smette di muoversi, prova con i sussidi“. Dobbiamo però aspettare gli anni 90′ ed un’amministrazione “democratica” per poter vedere l’acume di questo processo: nel 1999 l’amministrazione Clinton abrogò il Glass-Steagall act. Una legge del 1933 che, secondo molti critici, non avrebbe perso di attualità e lungimiranza nel 2008. Nei primi anni 70′, la percentuale degli asset sotto il controllo delle 5 maggiori banche americane era del 17%; oggi è al 52%. (1). Ciò fa si che quei leviatani economici assumano, grazie allo spregiudicato controllo del mercato, una rilevanza politica non marginale. Le chiamano too big to fail, proprio perchè un loro eventuale fallimento avrebbe pesanti ripercussioni sulla società civile a livello transnazionale. La fetta di mercato che controllano si è potuta ampliare grazie all’abbattimento della differenziazione fra banche commerciali e banche di investimento (appunto i Glass-Steagall act) ma anche godendo di un certo potere ricattatorio nei confronti della politica: essa infatti si basa sul finanziamento privato, e gli assegni elettorali più ingenti li staccano banche ed assicurazioni.

Dalla sede della Fed di Dallas, però, nel marzo 2013 cominciò a diffondersi una proposta che potrebbe scongiurare gli azzardi morali degli istituti di credito. Essa fisserebbe un tetto (250 mld di dollari) all’assicurazione sui depositi. Negli Usa esiste un fondo assicurativo (la Federal Deposit Insurance Corporation) che assicura i depositi bancari in caso di turbolenze sistemiche (e sistematiche). Questo meccanismo è tuttora presente, ma senza tetti e senza distinzioni fra banche commerciali e di investimento. De jure e de facto possono accedervi anche istituti rei di aver giocato d’azzardo con titoli tossici. La proposta di Dallas vorrebbe scongiurare ciò: chi specula lo fa a suo rischio e pericolo. Chi presta soldi ha un paracadute, ma sopra i 250 mld di asset esso non si aprirà. Tutto ciò si tradurrebbe nella riduzione di operazioni ad alto rischio (rischio e profitto sono purtroppo correlati positivamente). Infatti, se un istituto sa di non poter contare sul supporto della Fed, ci penserà due volte a mettersi nei guai. L’azzardo morale si base proprio sulla consapevolezza che le clausole contrattuali favorevoli correranno in aiuto dell’operatore che è quindi più facilmente incline al rischio. Gli esborsi governativi diminuirebbero, ma razionalmente diminuirebbero anche le situazioni di criticità. Confidando ciecamente nel postulato secondo cui gli operatori economici sono razionali.

(1) http://www.valori.it/finanza/cina-mirino-too-big-to-lend-5020.html