Vi è un fatto da riconoscere unanimemente: la recente crisi prima finanziaria e poi economica (la seconda è ancora prepotentemente sotto gli occhi di tutti: 13,2% di disoccupazione in Italia dagli ultimi dati) ha mostrato nei vari paesi che le politiche di stabilizzazione e di “austerità espansiva” hanno dei limiti. Le due principali novità di questi giorni sono da una parte l’apertura da parte del board della BCE ad attivare il quantitative easing all’americana, dall’altra l’annuncio della creazione del Fondo europeo per gli investimenti che dovrebbe predisporre il programma da 315 miliardi di euro, annunciato dal presidente della Commissione Europea, Jean Claude Juncker

Tralasciando per il momento il primo punto, ribadendo che Mario Draghi fa il suo lavoro come purtroppo prevede lo statuto della BCE, e che le politiche monetarie al punto in cui ci troviamo non sono comunque sufficienti per far ripartire l’economia, focalizziamoci sugli investimenti e sulle mosse del governo italiano. Qui stanno i problemi e gli errori più gravi che non sono gli effetti possibili o probabili di eventuali bolle speculative. Sono errori e problemi di tipo concettuale o come si suol dire in questi casi, il gioco delle tre carte. Tutti fanno un gran parlare di crescita, e che ci vogliono investimenti. Ecco perché si pensa che il piano Juncker possa essere una svolta, più per la verità sul piano simbolico che reale, della politica economica. Qualcuno dovrà spiegare all’attuale commissario europeo che senso ha per i privati investire visto che i rischi sono elevati e le garanzie pubbliche latitano. Ma come abbiamo detto l’errore sugli investimenti sia in Italia sia in Europa è un problema di tempistica, di correlazione economica. Gli investimenti si creano con le patrimoniali, con le tasse sui consumi e senza intervenire prima su questi ultimi, solo se uno la teoria economia la legge al contrario, da destra verso sinistra.

Vi è una correlazione tra quello che è previsto nella legge di stabilità approvato in questi giorni alla camera, cioè l’aumento dell’IVA con la clausola di salvaguardia che scatterà nel 2016, e gli investimenti. L’economia, diversamente dagli attuali consulenti della sinistra bocconiana, insegna che prima partono i consumi, le imprese in questo modo fanno profitti. A quel punto si può dare una scossa al mercato del lavoro e agire sugli investimenti. Questi ultimi, inoltre vengono incentivati dall’ avere inflazione. L’aumento generale dei prezzi è un bene per l’economia, nel senso che l’inflazione, meglio delle redistribuzioni – o così dette tali – agisce come una tassa sulla ricchezza. In questo modo disincentiva i rentiers e allo stesso tempo incentiva l’imprenditore a investire. Questa dovrebbe essere la dinamica economica. Però non è quello che si sta osservando in Italia e in Europa. Il taglio all’Irap doveva essere maggiore e non è un provvedimento sbagliato: in altre parole ben venga un ravvedimento tra i tanti nella sinistra italiana. Il punto è semmai un altro: l’Irap è un discorso in parte collaterale al problema principale. Il fatto che si stia procedendo nella stessa direzione degli ultimi anni asserendo una mancanza di produttività, troppa rigidità sul mercato del lavoro e un approccio quantomeno da ragionieri non da economisti sui conti pubblici, indica sostanzialmente una diagnosi sbagliata su tutto quello che è accaduto da 6 anni a questa parte in Europa e nel mondo. Non basta dar vita a manovre elettorali, come gli 80 euro; tassare i capitali portando i risparmi al 26%, buttare, nel senso tecnico del termine, un terzo della manovra in soldi che andranno a contribuire al risparmio dei lavoratori dipendenti italiani anziché al consumo che invece come abbiamo visto, viene tassato. Occultare tra Tasi, canone Rai e clausole di salvaguardia, ulteriori tasse. Il livello del prelievo fiscale è metà del PIL. Renzi parla di nuovo New Deal, la stampa italiana in maggioranza è dalla sua parte, lo Sato italiano e la società civile continuano a fare i “compiti a casa”.

In astratto per quella che è l’attuale dinamica economica un buon governo dovrebbe tenere in considerazione il moltiplicatore della spesa pubblica e quello delle imposte, cercando di tagliare solo queste ultime e di aumentare e allocare la spesa in modo efficiente. In concreto, un disceto governo in un momento negativo come questo o fa i tagli oppure aumenta la pressione fiscale (naturalmente se è al 35%) cercando di preservare una delle due componenti. Un cattivo governo invece aumenta le tasse dove è meno conveniente farlo, finanzia con inutili aumenti di spesa in deficit soldi che non entreranno nel circuito dell’economia reale e nel contempo fa tagli lineari perché il calvinismo impone questo. Le stesse privatizzazioni hanno un senso nel razionalizzare il ruolo dello stato, ma anche qui vale il discorso fatto sugli investimenti è una questione di tempi: in deflazione, le privatizzazioni si chiamano svendite del patrimonio pubblico. Non esiste insomma una sinistra renziana anti-tasse se a partire dalla diagnosi vi sono degli errori politico-economici. Esistono invece, ma questo da sempre, due sinistre a livello ideologico: quella massimalista di Cuperlo e Fassina e quella cattolica che una volta era la corrente di sinistra della Democrazia Cristiana e che oggi è guidata dal Primo Ministro italiano. Entrambe sono al governo, entrambe continuano sulla scia degli ultimi governi a non difendere gli interessi del terzo azionista dell’Unione Europea. Così non si va da nessuna parte