Dando un’occhiata al mondo sono circa 1.000.000.000 (esattamente, un miliardo!) le persone sotto alimentate e che soffrono la fame. Allo stesso tempo sono più(!) di un miliardo le tonnellate di cibo finito in pattumiera e clamorosamente sprecato. La questione non è relativa ad una possibile “inefficienza” del mercato o ad una imprevista diseguale distribuzione. Il problema è legato al mercato stesso. Sembrerà infatti strano a dirsi, eppure pochi sanno che fino alla prima metà del Novecento la stragrande maggioranza dell’Africa sopravviveva con beni di sussistenza (ossia, banalmente, con i pochi, necessari -e sufficienti- frutti del proprio piccolo orto). Questo era possibile anche grazie al fatto che gli stessi africani avevano ed hanno una cultura assolutamente “verde”, essendo perfettamente consapevoli della preziosità della natura e del nostro dovere di salvaguardarla. Come? Innanzitutto non sfruttando fino allo stremo i terreni coltivabili, ma utilizzando di un campo soltanto la superficie bastante a coprire il proprio fabbisogno. Non vi è insomma alcun desiderio di guadagno, ma semplicemente attenzione e rispetto per chi (cosa) dà loro da vivere.

Che accadde dopo? Si vada a chiederlo alle multinazionali, che da decenni si affollano febbrilmente in una vera e propria corsa alla terra, cercando di acquisire ogni centimetro di superficie possibile, per poter così soddisfare avidamente la domanda -sempre più elevata- di cibo dei Paesi sviluppati e di quelli emergenti. E’ la c.d “geopolitica del cibo”. Si pensi che tra il solo 2010 e 2011 il prezzo del grano è aumentato del 71%, si può perciò intendere facilmente l’entità spropositata dell’affare. E questo mostruoso “accaparramento della terra” (land grabbing) è un fenomeno in continua crescita, complice il fatto che gli organi teoricamente responsabili della lotta a questo tipo di piaghe, sono invece tra i primi responsabili. Il riferimento va alla Banca Mondiale, che sebbene nata con l’intento di “combattere la povertà nel mondo e di sostenere finanziariamente i Paesi maggiormente in difficoltà”, sembra invece sostenere questo scempio “neocolonialista” ed esattamente nella figura degli investitori privati.

Ma non soltanto i “normali” investitori sono interessati a questo furto agricolo, ma anche e soprattutto diversi governi, aiutati da quelli locali che -privatizzando l’unica loro risorsa- credono (sbagliando) che gli investimenti ricevuti siano adatti a rilanciare l’economia. Vane speranze, soprattutto visto e considerato che spesso e volentieri si parla proprio di paesi prettamente agricoli, che quindi rinunciano e svendono proprio la base (letteralmente) della loro attività economica, nonché sopravvivenza. Questo comporta che i contadini locali vengano vergognosamente cacciati dalla propria terra, perdendo così di che vivere, le proprie radici, e senza per giunta aver neppure possibilità lavorative, venendo assunti lavoratori esteri ad ancor più buon mercato. Sono privati (scippati) anche di un’altra preziosissima risorsa, la loro già scarsa acqua, e –si badi bene- per veder poi destinare una quota importante dei raccolti “stranieri” alla produzione industriale (come il biodiesel) anziché al cibo.

E questa sciagura poi, non è circoscritta soltanto all’Africa, ma anche al Sud America ed al Sud Est Asiatico. Il problema non è poi nemmeno di queste sole (già immense) aree, perché il famigerato mercato ha come bacino di riferimento i consumatori del globo intero, soprattutto occidentali, ossia -anche- noi. Motivo questo per il quale i nostri supermercati traboccano di cibo più o meno invitante, e soprattutto della più disparata origine (pere argentine, ciliegie spagnole, uva sudafricana…), diventando sempre più rari i prodotti “tricolore”. Il danno è triplice, se non di proporzioni maggiori. Prima di tutto legato ai paesi di cui sopra, meramente sfruttati. Secondo poi al nostro mercato interno, e alle tonnellate di nostri prodotti di altissima qualità, regolarmente consegnati al macero, perché “poco convenienti”, lasciando al palo oltretutto i nostri coltivatori. I numeri? Circa quattro tonnellate di cibo che senza nemmeno passare dalle tavole italiane finisce nella spazzatura, cibo la produzione del quale è “costata” un inquinamento di tonnellate di Co2, e che raggiunge un valore commerciale complessivo di almeno 10 miliardi di euro (cifra ben più che discreta, in tempi di supertasse e mancati crediti). Il tutto, a questo punto, per schiaffeggiare sonoramente la miseria, lasciando lo stomaco vuoto, vuotissimo, dei nostri cinque milioni di italiani in povertà assoluta.