Nuova tranche di aiuti da 10,3 miliardi per la Grecia, dei quali 7,5 verranno versati subito (in giugno) e la restante fetta dopo l’estate. Buona parte di questi aiuti servirà a rimborsare le incombenti scadenze obbligazionarie, in primis quelle dovute alla BCE; ergo ritornerà – come da consuetudine – nelle tasche dei creditori. Soluzione meramente dilatoria che sembra servir poco alla Grecia ma piuttosto all’allontanamento dello spettro Grexit per il quieto vivere dei mercati. Sul fronte opposto, intesa raggiunta anche per il progressivo alleggerimento del debito ellenico. Possibilità per la Grecia di ridurre la propria esposizione (complessivamente circa 311 miliardi di euro) tramite la previsione tetti massimi ai tassi di interesse, dilazione delle scadenze e profili agevolati di rimborso. Una possibilità, per l’appunto, poiché dei dettagli se ne parlerà non prima del 2018, quando il bail-out e le elezioni tedesche saranno alle spalle.  Insomma quasi tutto fumo e pochissimo arrosto ma, a quanto pare, tanto è comunque bastato affinché le maggiori testate giornalistiche etichettassero il primo ministro Tsipras come vero e proprio mattatore-vincitore del negoziato.

Mettendo per un attimo da parte il pacchetto riforme recentemente approvato dal governo Greco (ed il fiume di proteste che lo hanno seguito), la nuova concessione ha comunque tutta l’aria di una vittoria pirrica, soprattutto considerando le enormi aspettative che il neoeletto premier greco aveva alimentato durante le sue campagne elettorali. Ritornano alla mente le immagini alla TV di uno Tsipras acclamato, quasi glorificato, portato in trionfo per le strade di Atene da una folle vibrante e colma di aspettative. Questo succedeva poco più di un anno fa. Oggi la stessa opinione pubblica lo vede come un traditore, uno che non ha tenuto fede a se stesso ancor prima che al suo popolo e di quel leader carismatico resta poco più che uno sbiadito ricordo. Una parabola in picchiata, quella di Tsipras, affossata dalla disillusione politica ed inevitabilmente diretta verso il dimenticatoio mediatico. Ma che ne è stato allora di quell’Alexis Tsipras così irriverente e rivoluzionario? E’ forse mai esisto un rivoluzionario Tsipras?

Dopo un’adolescenza trascorsa tra le file del Partito Comunista di Grecia (KKE), nel maggio 1999 diviene segretario dell’area giovanile del partito della sinistra radicale, Synaspismos, ruolo che ricopre fino al novembre 2003. Nel 2006 esordisce sulla scena politica “tradizionale” candidandosi a consigliere comunale della capitale ellenica e vendendo eletto con il 10,6 % delle preferenze. Da qui in poi, una carriera fulminante. Nel 2008 viene eletto (a soli 33 anni) come presidente del partito, e nell’anno successivo approda in Parlamento come candidato della coalizione di sinistra Sryza, della quale è anche leader. Alla successiva tornata elettorale, nel maggio 2012, Sryza conquista un consenso del 16% per poi vederselo quasi raddoppiato appena un mese dopo (26,8%), affermandosi così come seconda forza politica del Paese. Alle Europee del 2014, Tsipras è già il simbolo (seppur perdente) della Sinistra Europea e anche se la fortuna non è dalla sua (ottiene un modesto 6.92%), l’occasione per rifarsi gli si presenta da lì a poco con le Parlamentari greche del gennaio 2015. Qui viene eletto con oltre il 36% delle preferenze, a soli due seggi dalla maggioranza assoluta (149 conquistati su 300).

Un escalation politica accompagnata da una retorica asciutta ma efficace; quella della lotta all’austerity, alla tecno-finanza globalizzata europea e alla solita Angela Merkel, che di quest’ultima non è altro che diretta emanazione. Il fulcro della campagna elettorale, e proposito ultimo della strategia di Tsipras, è per l’appunto la cosiddetta “rinegoziazione del debito”. Significa che ci troviamo finalmente di fronte ad un politico che rispetta i propri impegni elettorali? Non proprio. Anzi niente affatto, poiché quella concordata la settimana scorsa non è neanche una pallida imitazione della proposta inizialmente avanzata. Semplificando brutalmente, ciò che Tsipras chiedeva inizialmente alla Troika, era di (letteralmente) abbonargli una sostanziosa parte debiti dovuti – diciamo la metà – in cambio di…un bel niente. Si scriveva rinegoziazione del debito quindi, ma era meglio leggerla come cancellazione. Allora, verrebbe quasi da dire: “ma che ingenuo questo Tsipras”. Mai possibile (e giusto) che, prima ci si indebiti fino al collo e poi uscirsene di punto in bianco con un risolutivo “No, io non pago”? Ma soprattutto, mai possibile che, chi quei soldi li rivuole, possa scendere ad un tale compromesso creando inoltre un insidioso precedente potenzialmente vincolante per tutti i futuri rapporti tra Stati e prestatori? Beh…a dire il vero si, è possibile! Non solo, il precedente addirittura c’è già. Si tratta della cancellazione del debito accordata nel 1953 alla Germania (ironia della sorte), al termine della c.d. London Debt Conference. L’accordo sottoscritto in quella sede portò do fatti ad un sostanzioso sconto (circa il 50%) sulle posizioni debitorie precedentemente contratte dai tedeschi con gli attori economici internazionali ed usati per finanziare le spese di ricostruzione post-belliche. L’accordo fu approvato con una schiacciante maggioranza ma, per dovere di cronaca, va ricordato che la Grecia fu in quell’occasione una delle maggiori oppositrici. Della serie, è pur vero che la storia si ripete, ma occhio, perché non si sa mai da che parte ci si può ritrovare. Sempre per dovere di cronaca, quella cancellazione alla Germania fece un gran bene.

Nonostante Il precedente ci sia e nonostante la sua felice riuscita sia evidente, le recenti negoziazioni hanno ugualmente condotto ad un esito diametralmente opposto. Quando è la Grecia a chiamare, l’Europa risponde “picche”. E mentre Tsipras segue vaneggiando di una fantomatica cancellazione (o quanto meno di uno sconticino) del debito, la generosa proposta formulata dei prestatori (Fondo Monetario e Banca Mondiale su tutti) è decisamente più pragmatica e gradita ai mercati. Essa consiste nell’ elargire una nuova tranche di prestiti, e rifornire cosi la Grecia di nuova liquidità (leggi debiti) per pagare quelli già concessi negli anni Duemila. Ottima idea – because nothing can cure debt hangover better than more debt (perché niente cura una sbronza di debito meglio di un po’ di debito”). Evidentemente si tratta di un circolo vizioso e l’unica altra alternativa possibile per interromperlo sembra quella di smembrare pezzo per pezzo la res publica (industrie, porti e addirittura isole) per poi venderla agli investitori privati.

Con delle posizioni iniziali talmente distanti, le negoziazioni non avrebbero potuto non arenarsi e, cullato da un preoccupante sali-scendi dei mercati finanziari, il primo trimestre di mandato si conclude con un già pesante “nulla di fatto”. Ed il peggio deve ancora arrivare. Nel mese di giugno la Borsa greca resta chiusa per una settimana e i mercati perdono la bussola. Con lo spettro della Grexit dietro l’angolo, l’economia europea tutta è sull’orlo del tracollo. Da qui inizia il repentino declino della parabola politica (e mediatica) di Alexis Tsipras. Con una situazione oramai insostenibile, Tsipras prima decide di indire un referendum per chiedere ai greci di (non) approvare il piano proposto dai creditori internazionali,  per poi sacrificare il fido scudiero Varoufakis sull’altare della mediazione politica ed in ultimo accettare ugualmente (e malgrado il referendum) una nuova tranche di aiuti (la terza). Circa 86 miliardi di nuovi debito più i nuovi obblighi obblighi e misure di condizionalità.

Il resto è cronaca recente. Il mesto racconto di un progressivo ammorbidimento della linea del boicottaggio e del progressivo ridimensionamento della retorica antieuropea, ma soprattutto il racconto di una serie di concessioni politiche – culminate poi negli accordi della settimana scorsa – che lasciano in bocca un sapore amaro al retrogusto di servilismo. Se questo basti a bollare Tsipras come l’ennesimo “servo del sistema” è difficile dirlo. Troppo aleatorie le considerazioni economiche su cosa sarebbe potuto succedere se la Grecia avesse lasciato l’UE e troppo premature quelle sui possibili benefici della rinegoziazione del debito. Ciò che é certo però, é che sembra ancor più difficile continuare a credere – come qualcuno ha sicuramente creduto – che siamo di fronte a “l’ultimo panda comunista” (anche perché quello è Vauro).

Uno che un anno e mezzo fa sembrava destinato a cambiare la Grecia e l’Europa tutta, per poi, nello spazio limitato di pochi mesi assistere al verificarsi del processo contrario. Eppure, da quel preciso momento, sembrava davvero che tutto dovesse cambiare. Sembrava che mamma Europa avesse finalmente partorito un figlio indolente e ribelle. Sembrava che stesse per concludersi il tempo delle ramanzine austere, delle paghette razionate e delle uscite al 3%. Sembrava stesse per volgere al termine anche il tempo dei colletti bianchi e della politica in giacca e cravatta. Sembrava che fosse semplicemente bastato dare il buon esempio, e tutti gli altri lo avrebbero seguito. Sembrava il canto della rivolta. Invece era il canto della fenice.