La Spagna è stata celebrata per tutta l’estate come il grande successo della cura a base di Troika. Apparentemente il suo tasso di crescita del PIL potrebbe in effetti trarre in inganno: essa si sta confermando a livelli superiori al 3% annualizzati, cifre notevoli. Andando ad analizzare gli altri suoi indicatori, però, il quadro che ci si trova davanti non è decisamente confortante. La disoccupazione è in costante discesa, ma pur sempre al 20% che, in percentuale, è quasi il doppio di quella italiana, che bassa di certo non è. Il miglioramento dell’occupazione iberica è da imputarsi, oltretutto, ad una forte stagnazione salariale che ha interrotto la crescita dei salari spagnoli a partire dal 2010: non potendo svalutare la moneta si svaluta il lavoro. Ecco che la repressione dei consumi interni operata dalla deflazione salariale si tramuta in deflazione monetaria: i prezzi in Spagna, sostanzialmente, scendono dal 2014.

L’inflazione negativa non è stata debellata, un po’ per la congiuntura che tocca tutti i paesi dell’eurozona e un po’ per la mancanza di consumi, quell’aumento della domanda che genera un conseguente aumento dei prezzi. Nemmeno la produzione industriale è esente da una crisi restia ad andarsene: l’indice PMI di agosto è sceso a 51 (a gennaio era a oltre 55), mostrando un trend negativo. Ci si avvicina, infatti, alla zona 50 che per quell’indice rappresenta lo 0, lo spartiacque tra mese positivo e mese negativo. La decrescita dei prestiti erogati non si placa, ed è in caduta libera dal 2010, sinonimo del fatto che il circuito del credito non ha riacquistato fiducia, ma è comprensibile dato il momento di difficoltà che le banche di tutto il continente (per non dire del mondo) stanno passando. La cura che passa per tagli ai servizi e aumenti di tasse, quindi, non è esattamente una pozione miracolante. Ma soprattutto la Spagna non ha rispettato i trattati che impongono austerità. Sono otto anni che il deficit spagnolo è oltre il 3% e, ad oggi (5,1%), non accenna a voler rientrare negli stringenti parametri di Maastricht. È evidente che l’UE non ha interpretato immediatamente la parte del “poliziotto cattivo” perché ha un fortissimo timore, ovvero quello di fallire nell’operazione “simpatia” che attualmente è obbligatoria, data la voglia di fuga dalla comunità.

Resta il fatto che la Spagna abbia operato una forte spesa a deficit proibita, tra gli altri, all’Italia, che sarebbe stata senz’altro utile (per non dire fondamentale) a riparare il cortocircuito e sostenere la resurrezione del paese. Quindi è vero che Madrid cresce, ma senza dubbio non gioca con le stesse regole di Roma. Da notare, poi, come l’instabilità del governo spagnolo non abbia ricondotto il Paese ad una forte recessione, come paventato da diversi analisti e politici (nell’ambito del Referendum Costituzionale). Il sistema elettorale spagnolo, che non riesce a partorire una maggioranza, non è strettamente collegato al progredire dell’economia o, perlomeno, non è fattore preponderante. Sicuramente tra la possibilità di fare spesa a deficit e l’avere un governo stabile si finirebbe col scegliere la prima, perché di immediato impatto per le tasche dei cittadini, che sia a livello di tasse, imposte o servizi.

Se è vero che l’economia ha preso il sopravvento sulla politica pare paradossale la paura che quest’ultima, attraverso una votazione, possa avere lo stesso effetto di un imperatore romano al Colosseo: vita o morte. La vita e la morte in ballo sono quelle della democrazia, la morte della crescita avviene attraverso politiche sbagliate, non certo con un certo responso dei cittadini. Ecco che la Spagna diventa in parte esempio di come gli elettori debbano esprimersi liberamente, senza temere un crollo del PIL, ma anche di come la cura-troika dia risultati davvero insufficienti che riescono sì a dare un gratificante segno più sul PIL, ma solo e soltanto attraverso amputazioni del benessere collettivo a livello strutturale. È evidente come questa politica economica masochista non sia la via da seguire: errare è umano, perseverare è diabolico. E l’Eurozona sta perseverando, senza dubbio.