Quasi un secolo fa Gramsci rifletteva sui disagi del Meridione d’Italia, problemi per tanti aspetti ancora oggi irrisolti. Richiamando le parole del pensatore sardo si potrebbe ampliare lo sfruttamento del Nord ai danni del Sud, guardando a paesi come la Grecia, il Portogallo, la Spagna. Ma anche a Italia e alla Francia di oggi. Le nazioni citate hanno o dovranno nell’immediato futuro sottoporsi al vaglio dei rispettivi elettorati. Dopo il caso greco e l’accettazione del terzo memorandum da parte del leader di Syriza, Tsipras, è interessante osservare ciò che è accaduto in Portogallo dove, è il caso di dirlo, si sono appena celebrati i funerali della democrazia rappresentativa. Il Presidente della Repubblica Cavaco Silva ha infatti deciso di non affidare l’incarico di governo alla coalizione di sinistra i cui partiti avevano trovato un’intesa all’indomani delle elezioni politiche e di un regolare processo democratico. I partiti in questione sono tre: i socialisti, il Bloco de Esquerda e il Partito comunista. Il Presidente della Repubblica ha così deciso di nominare Coelho, premier uscente e filo-­Troika. “È mio dovere -­ ha reclamato il Presidente della Repubblica portoghese­ – fare quanto è possibile per evitare di dare segnali sbagliati alle istituzioni finanziarie, agli investitori, ai mercati…”. In confronto, il nostro Giorgio Napolitano si è rivelato un autentico democratico.

Se i cittadini hanno votato­ prima in Grecia e poi in Portogallo­ per determinati partiti, con proposte politiche assai radicali, constatiamo: primo, che il loro voto non conta e conterà poco (e vari studiosi già da tempo hanno segnalato l’incompatibilità tra l’attuale architettura europea e la democrazia); secondo, che l’Europa, intesa come entità tecnocratica, ha molte responsabilità sulle crisi determinatesi in questi paesi. Crisi che non sono passate viste le attuali implicazioni economiche internazionali, dal prezzo del petrolio (che risalirà) al rallentamento cinese. È doveroso sottolineare più volte il problema delle sinistre non per sadismo o perché chi scrive non apprezza proprio tutte le espressioni che si sono manifestate nella storia della sinistra europea. È doveroso farlo giacché, se la sinistra ha o dovrebbe avere un ruolo in una crisi marcatamente sociale, è evidente che la sinistra stessa non sta svolgendo quel ruolo. Ne è una riprova l’altro giro di boa in Polonia, paese che certo non si identifica con la “nuova questione meridionale” perché la tenuta economica in questi anni è stata buona. Ma i polacchi proprio per questo non hanno alcuna intenzione di perdere quel ruolo che faticosamente e solo di recente sono riusciti ad acquisire sia sul piano interno, sia sul piano internazionale, nel quale peraltro si sentono accerchiati da due giganti come Merkel e Putin. Anche a Varsavia si è manifestato l’euroscetticismo, questa volta con il partito dei conservatori cattolici di Diritto e Giustizia che hanno spodestato come in Grecia e Portogallo, una maggioranza filo­-Troika. Insomma, tutto torna: infatti il partito di Diritto e Giustizia ha una visione fortemente securitaria e welfaristica in economia. L’attuale struttura sovra­nazionale mal si concilia con le istanze della democrazia e dei popoli e i recenti accadimenti in Polonia sono solo le avvisaglie di movimenti che in questi anni hanno accumulato una consistente fetta di elettorato dalla loro parte. Tra non molto anche in Spagna vi saranno le elezioni politiche. E Rajoy non è così sicuro di vincerle. Perché la crescita economica spagnola deve scontare numerosissimi sacrifici dal punto di vista dell’occupazione, della perdita di reddito e quindi di potere d’acquisto delle persone. Eppure la Spagna partiva da livelli di debito non comparabili con quello italiano e, in questo senso, gli spagnoli continuano a fare deficit violando apertamente i parametri di Maastricht. Senza considerare poi problemi di natura squisitamente politica tra Madrid e la Catalogna e per i quali recentemente vi è stato un referendum che ha visto prevalere i secessionisti.

L’Unione Europea, come possiamo notare, non versa in buone acque, non solo in campo economico ma anche in campo politico. Va rilevato che dal punto di vista politico vi è una enorme nebulosa sul da farsi. Specialmente nei partiti di sinistra che hanno molte più responsabilità delle destre: da una parte perché nei paesi economicamente e politicamente più forti dopo la Germania ­ quali Francia e Italia­ è il centro-sinistra ad esercitare un ruolo maggioritario. Dall’altra perché questi partiti pensano di poter riempire questo vuoto di proposte politiche con i così detti “diritti civili”. Ora, a parte il fatto che discorsi di carattere emancipativo hanno già avuto un loro crescendo nella storia contemporanea (vedasi il ’68), il fatto di accentuare un processo di secolarizzazione (che va avanti da tempo) significa altresì impedire in un futuro prossimo l’evoluzione verso un’ unione politica europea. Sembra paradossale, ma in realtà lo svuotamento a livello nazionale delle singole identità porta complessivamente ad una vacuità sovra­nazionale nella quale tutti un domani potremmo rispecchiarci. Tutti, anche paesi che hanno un ruolo della famiglia, della comunità, ma anche storia e culture profondamente lontane – e in alcuni casi conflittuali­ alle nostre. Bisogna diffidare degli europeisti acritici i quali vogliono più diritti e meno sovranità. Alla lunga, si otterrebbe esattamente l’effetto contrario. In un’ottica di lungo periodo, si possono davvero porre le fondamenta di un’unione politica con applicazioni economiche che ripropongono una nuova questione meridionale? Con processi democratici inibiti o che quando vanno sino in fondo sono inibiti ugualmente da patetiche figure politiche? Si possono gettare le basi della nostra Europa, privati di un minimo comune denominatore, sui principi quali per esempio le radici cristiane o il costituzionalismo democratico? A parere di chi scrive no, e i fallimenti andranno considerati come tali. Con le dovute responsabilità dinanzi alla storia.