Se osserviamo il mappamondo con la lente d’ingrandimento della scienza delle finanze ed effettuiamo un’analisi del debito pubblico geoplanetario rimaniamo sconcertati. In un testa a testa con gli Stati Uniti, che ne detengono una percentuale pari a ben il 30% dell’ammontare globale, l’Europa si accaparra una lauta fetta (25%) del debito pubblico mondiale; se aggiungiamo poi la quota spettante al Giappone arriviamo a un terzo della torta. L’Italia, col suo debito pubblico in continua crescita, si attesta al quinto posto della classifica mondiale, seconda in Europa solo alla virtuosa Germania, in grado di competere persino col gigante cinese, che la supera di un contenuto punto percentuale.

Ora prendiamo lo stesso mappamondo, ma cambiamo lente, utilizziamo quella della disuguaglianza, ossia la disparità nella distribuzione dei redditi all’interno di un Paese, misurata dagli economisti col cosiddetto indice di Gini. Anche qui rimaniamo esterrefatti, notando come le economie più ricche sono quelle con un tasso di disuguaglianza più elevato. Da uno studio Ocse è stato riscontrato un significativo aumento dell’indice di Gini in tutti i Paesi industrializzati nel corso degli ultimi anni, in particolare a partire dal 2007. L’Italia riscontra il tasso più alto in Europa, dietro solamente alla Gran Bretagna. I dati empirici confermano dunque il sospetto: disuguaglianza tra i cittadini e debito pubblico sono strettamente correlati.

La cattiva ridistribuzione della ricchezza, infatti, implica una perdita del potere contrattuale del lavoratore e del livello di occupazione, che innesca il famigerato circolo vizioso della decrescita, con calo di consumi, di investimenti e innovazione e un conseguente ulteriore aumento della disoccupazione. Lo Stato, per far fronte a questa emergenza, aumenta la spesa pubblica generando debito. A sovvenzionarlo sono gli istituti di credito finanziario, che diventano così i veri detentori del patrimonio dello Stato. Di fronte a queste contraddizioni di potenze economiche debt driven, indici di disuguaglianza in crescita, stato sociale morente e dittatura dell’alta finanza, ha ancora senso valutare l’economia di un Paese attraverso i parametri dell’economia neoclassica? O non è forse ora di aggiornare le categorie semantiche che ci tengono schiavi di valori ormai privi di significato?