di Ilaria Bifarini 

Mai scienza ebbe sorte più infausta dell’economia. Dall’etimologia rassicurante (oikos, casa, e nomia, legge), lo studio economico nasce per far fronte a tutte le esigenze amministrative e gestionali legate alla cura e alla conservazione dei beni domestici e, in senso lato e figurato, della collettività. Oggetto d’interesse ambizioso e dalle molte interpretazioni per una scienza sociale che nel tempo ha dovuto rispondere a richieste sempre più pressanti e pedanti di individui alla ricerca della giusta allocazione dei beni materiali. In continuo affanno nella rincorsa della massimizzazione del profitto, si è accresciuta in una serie infinita e disparata di branche e sottoinsiemi, che vanno dalla asettica disciplina contabile alla politica economica, passando per lo studio dei flussi di denaro della finanza. Per soddisfare le pretese di scienza esatta si è dovuta sovraccaricare di bardature e congegni, come la matematica e la statistica sulla cui autorevolezza di stima non è dato ai profani confutare.

Ma l’oltraggio peggiore lo sta subendo oggigiorno, immolata in nome della propaganda politica, violentata attraverso la manipolazione dei dati analitici frutto della sua applicazione. Dietro lo scudo della complessità della scienza economica si consuma la mistificazione dei dati ufficiali relativi allo stato di salute e di benessere del Paese. Gli ultimi proclami governativi ne danno esempi lampanti. Avevamo appena dimenticato la gaffe del ministro del lavoro che a settembre si era (blandamente) scusato coi cittadini italiani per la non veridicità dei dati ottimistici diffusi sul boom dell’occupazione, leit motiv dell’intera estate, quasi un mantra da ripetere sotto l’ombrellone.

E rieccoci: Expo chiuso, Natale alle porte, altro exploit dell’economia del Belpaese. Scende la disoccupazione di un “consistente” 0,1% su base mensile. A lasciare perplessi, quasi fosse un rompicapo, è la contemporanea diminuzione dell’occupazione. Secondo le rilevazioni Istat, il numero degli occupati a settembre è diminuito di 36mila unità mentre sono scesi di 35mila i disoccupati. A guadagnare la fetta più cospicua di popolazione, tra i 15 e i 64 anni, con un aumento di ben 53mila unità, è la categoria degli inattivi, ossia coloro che non lavorano e non sono in cerca di un’occupazione come i disoccupati, non facendo quindi parte delle forze di lavoro. E così il tasso di disoccupazione ha riscontrato la sua diminuzione, peraltro irrisoria, ma tanto basta per poter essere propagandata come un successo delle misure economiche messe in atto dal Governo.