Il recente saggio della scrittrice e attivista canadese Naomi Klein Una rivoluzione ci salverà. Perchè il capitalismo non è sostenibile si focalizza sugli aspetti deleteri del nostro Sistema industriale-tecnologico, soprattutto per quanto riguarda l’industria legata all’estrazione dei combustibili fossili. L’autrice non attacca solo le supposte speculazioni e violazioni ambientali delle maggiori multinazionali energetiche, ma si concentra soprattutto sulla linfa energetica del nostro modello di vita basato su un inquinamento fuori controllo e una perversa distruzione degli equilibri ambientali. L’attuale modello di consumo illimitato viene descritto come il figlio naturale dell’Estrattivismo, una concezione dottrinale che propugna la sottomissione della Natura e delle sue leggi ad uso e consumo dell’umanità, senza alcun limite o timore. Essa ha forgiato gli ultimi secoli della nostra civiltà ed è stata alla base della cosiddetta Rivoluzione scientifica e industriale. Ma il prezzo e i costi ambientali stanno diventando ogni giorno sempre più insostenibili, specialmente per quanto riguarda il riscaldamento del globo, tanto da spingere la Klein a denunciare il modello capitalista nel suo insieme (soprattutto nella sua forma neo-liberista) come la maggiore minaccia per la sopravvivenza della nostra stessa specie.

Il dilagare delle tecniche legate al fracking e all’estrazione del petrolio dalle sabbie bituminose stanno provocando una mutazione della lotta ambientale fino ad ora condotta. Per decenni le popolazioni occidentali hanno potuto scaricare la maggior parte delle conseguenze inquinanti su i paesi del Terzo Mondo, con gravissime conseguenze per le popolazioni locali. La lenta fine delle vecchie miniere e dei pozzi petroliferi di facile accesso ha spinto le multinazionali verso nuove invasive tecniche da utilizzare questa volta all’interno dei territori dei paesi industrializzati. Le tragiche conseguenze sono diventate evidenti negli ultimi anni (il caso più famoso rimane quello della Deepwater Horizon), tanto da spingere indigeni e svariati cittadini del Primo Mondo a coalizzarsi per opporsi a nuovi oleodotti, raffinerie e miniere a cielo aperto. Questo nuovo movimento di protesta, rinominato “Blockadia”, ha permesso di risvegliare e cambiare la coscienza ambientalista rispetto a quella degli anni ’80 e ’90. Infatti con l’ascesa della globalizzazione molte grosse associazioni ambientaliste erano scese a patti con l’industria inquinante fino a tradire i propri scopi. Gli stessi trattati internazionali sul clima, come quello di Kyoto, sono risultati alla fine inconcludenti e spesso sono stati traditi dalle forze politiche che li avevano patrocinati. Questa serie di fallimenti ha portato molti attivisti a rivedere le proprie proteste fino ad arrivare a prospettare una nuova alternativa di cui si fa carico la Klein nella sua opera. Oltre alla critica al Sistema nel suo complesso, viene dato largo spazio alle nuove pratiche adottate da svariate comunità per mutare il proprio sistema economico, passando attraverso le energie rinnovabili, una nuova forma di cooperazione che tuteli l’ambiente animale e l’utilizzo del suolo, fino alla lotta contro il neoliberismo a favore di una nuova socialdemocrazia che tuteli i più deboli e i più poveri.

Il problema di fondo rimane però l’implementazione su larga scala di un metodo alternativo che va confliggere nettamente con il nucleo stesso del nostro modello di vita, oltre che con le basi di potere delle nostre classi dirigenti. In questo caso l’autrice cita le lotte per i diritti umani e contro la schiavitù condotte nel passato come esempio per il futuro, anche se ammette che in molti casi la cosa non è stata affatto indolore. Infatti la prospettiva patrocinata dalla Klein di un risveglio democratico dal basso, condotto in modo pacifico e abbastanza rapido per contenere il mutamento climatico globale prima del punto di non ritorno (uno o due decenni al massimo), suona abbastanza utopico. Gli esempi di ribellione citati nel libro tengono conto di popolazioni che sono sotto diretta minaccia da parte dell’industria estrattiva, ma non calcola la reazione di quella parte della popolazione umana che vive nelle megalopoli e che è nettamente più distaccata rispetto alle problematiche ambientali. Senza contare l’inevitabile risposta delle élites, le cui ricchezze dipendono proprio da questo tipo di capitalismo. La strada suggerita rischia quindi di incontrare le stesse difficoltà e i fallimenti dei precedenti movimenti di protesta globali, a meno che non venga creata una nuova “ideologia” in grado di forgiare organizzazioni compatte ed efficienti, oltre che centri di potere alternativi al Sistema vigente.