Appena un mese fa undici Paesi dell’Oriente (e poco oltre) del mondo hanno siglato il TPP, il terribile Trattato Trans-Pacifico, un patto demoniaco che ha liberalizzato e deregolamentato un mercato ora pari al 40% del Pil mondiale. Tra i firmatari Giappone, Australia, Nuova Zelanda, Canada, Messico, Perù, Cile, Vietnam, Singapore, Brunei e Malesia; grande assente la Cina. L’idea finora suggerita è che detti accordi servano esattamente a contrastare il dragone cinese, né più né meno quanto raccontavano dell’Unione Europea che avrebbe dovuto, da unita, meglio fronteggiare il mercato americano e quello orientale: come ormai assodato, niente di più falso. Il TPP fornisce poi un tremendo pretesto per siglare l’ancor peggiore TTIP, il famigerato accordo che vorrebbe creare un mercato unico fra Stati Uniti ed Europa (pari al 60% del Pil mondiale), così da permettere alle multinazionali di fagocitare a quattro palmenti le nostre piccole e medie imprese, la nostra salute, la nostra vita. E la Cina? In tutto ciò la Repubblica (ben poco) democratica sta per vedere concessogli lo status di economia di mercato, da chi? Niente popò di meno che dall’Europa.

Riconoscere un rango “liberista” alla Cina significherebbe ipso facto permettere a quest’ultima di partecipare in maniera più aperta e decisiva al mercato europeo, con un’incredibile asimmetria salariale e lavorativa. Detta asimmetria andrebbe ovviamente a nostro squisito svantaggio, data esattamente la slealtà della Cina, i cui lavoratori sfruttati e sotto pagati già le permettono di invaderci con merci clamorosamente svalutate ed al di sotto dei prezzi concorrenziali. Darle quell’ulteriore riconoscimento vanificherebbe le ormai poche protezioni anti-dumping che ancora per poco garantiscono la salvaguardia dei nostri prodotti; il tutto senza contare che la gran parte dei prodotti orientali oltre ad essere ultraconcorrenziale è spesso contraffatta se non tossica. Secondo un rapporto dell’Economic Policy Institute se la Cina diventasse economia di mercato l’economia europea potrebbe perdere fino al 2% del Pil (ed il due percento di circa 16,000 miliardi di dollari non sono proprio spiccioli), senza contare gli oltre 3,5 milioni di posti di lavoro a rischio.

I cinesi sono poi quelli che tramite un banale servizio di money transfert hanno evaso le tasse, nella sola Penisola Italiana, per oltre 4,5 miliardi di euro; si tratta di denaro proveniente per la gran parte da prodotti contraffatti, prostituzione e sfruttamento del lavoro. Se tuttavia al fisco italico non è arrivato un centesimo lo stesso non si può dire della Bank of China, tra i più grossi istituti di credito orientali, per la quale sarebbe passata circa la metà dell’ingente somma con commissioni in trasferimenti pari a quasi un milione di euro; la slealtà dunque si fa istituzionale. Eppure quasi due secoli addietro qualcuno già ci avvertiva: “Lasciate dormire la Cina, perché al suo risveglio il mondo tremerà”, ed ora, tremolanti e sgomenti per la paura, anziché cercare di riassopirla la teniamo ben desta.