Sin dal primo giorno del suo mandato il povero Tsipras ha dovuto inghiottire amari bocconi, seppure molti di questi dovuti all’incapacità politica sua e dei collaboratori a lui più vicini. Se difatti avesse voluto ricercare una via di salvezza questa era ed è –evidentemente- l’uscita dalla moneta unica. Ma no! La Grecia non vuole, o quanto meno così non vogliono i mercati, sconvolti da una tale possibilità, mina vagante per un sistema che si ritiene –su che base?- solido, laddove l’eventuale “disubbidienza” di Atene sarebbe di possibile esempio per altre “exit”. Abbiamo già potuto vedere dunque come il leader ellenico continui a vedere nelle minacce europee (o nelle strutture alla Ue colluse) un pericolo per la sua nazione, eppure allo stesso tempo un’ancora di salvezza. Cede ai ricatti, pertanto. Dall’altro lato però “Il governo greco ha capito che non potrà trovare alcun terreno comune con l’Eurogruppo e la Banca Centrale Europea, a meno di accettare una resa incondizionata” (Sapir); è così che si spiega infatti l’avvicinamento con passo felpato alle ex terre sovietiche, solo che il vero felino in questo caso è Putin mentre la Grecia un debole roditore. Una Russia da tempo sempre più aggressiva e famelica, tanto che il lato del mondo occidentale e “democratico” cerca di contrastarla con ogni mezzo, a cominciare dalle ridicole sanzioni.

Solo che la stessa ex Unione Sovietica non è abbastanza ricca per “salvare” la penisola ellenica. Questo perché anche in quelle terre lontane e fredde da anni il modello liberista ha avuto la meglio, tanto che a tutt’oggi esiste una disparità mostruosa tra i pochi ricchi ed i milioni di indigenti. Gli stipendi medi russi sono estremamente bassi, le case – dacché l’edilizia è stata totalmente privatizzata e commercializzata- sono fonte di unico guadagno per i grandi gruppi e gli speculatori. Il tasso di natalità è bassissimo se non negativo. Nel frattempo il prezzo del petrolio in discesa non ha aiutato la situazione, e addirittura è stato deciso di vendere delle riserve valutarie, boccata di ossigeno di scarso respiro se considerata nel lungo periodo. Nonostante questi e i molti altri problemi di natura economico-sociale, il Premier russo sta cercando di avanzare nel suo “risiko” personale, con l’obiettivo ultimo della conquista del mondo. A tal proposito basti pensare al caso ucraino, oppure alla ventilata unione monetaria assieme a Bielorussia e Kazakistan, e da ultimo all’attenzione rivolta –di nuovo! – alla Grecia e all’Ungheria. Putin dunque non sta aiutando nessuno, nemmeno i suoi stessi concittadini (sudditi?), sta semplicemente volando alto e rapace in attesa che quest’ultimi Paesi collassino definitivamente, così da banchettare con le loro carcasse (si è infatti, guarda caso, dimostrato disposto a partecipare a privatizzazioni greche).

E l’America? Continua a portare avanti anch’essa le sue stesse politiche di tanti anni fa, seminando terrore mediatico e pratico per destabilizzare le aree di suo interesse e limitrofe. Unica differenza? Che mentre prima il tutto era spesso legato a questioni meramente petrolifere (vedasi guerra nel Golfo, guerra in Iraq, primavere arabe e Siria), ad oggi ad interessare sono decisamente più i dati. Che dati? Quelli che quotidianamente diamo e mettiamo in rete circa ogni nostra informazione, da tempo non più privata. Nomi, cognomi, indirizzi, salute, interessi, stipendi, sogni, frustrazioni. Cos’altro? Dal numero di scarpe ai dati bancari, dalla mail ai numeri della rubrica. Tutto. A cominciare dalla nostra posizione, spiata in ogni momento (al riguardo si potrebbe chiamare in causa Snowden, per quanto sia in realtà sufficiente prendere in mano lo smartphone che orami chiunque tiene in tasca). “I dati sono oggi il “nuovo petrolio”. Infatti proprio nella conoscenza e nei trattamenti dei dati utilizzati anche per trarre informazioni da informazioni, sta oggi la vera remunerazione di chi fornisce servizi, non a caso, spesso offerti gratuitamente agli utenti. Del resto i guadagni sempre più rilevanti che caratterizzano le società multinazionali fornitrici dei servizi in rete, e che hanno consentito alle più note di giungere al vertice delle capitalizzazioni societarie mondiali, dimostrano quale sia la posta economica in gioco” (F. Pizzetti).

Tutto questo scenario parrebbe suggerire come l’ISIS, Charlie Hebdo e tutta un’altra serie di attentati o di organizzazioni terroristiche possano essere opere di una regia al di là dell’Atlantico (un po’ come nella Russia di inizio Novecento dove Lenin portò avanti la sua rivoluzione forte del capitale dei Rothschild, gli stessi che più tardi sostennero Hitler). Perché? Perché il terrore e la difesa da esso è la scusa più banale per permettere l’accesso a dati altrimenti tenuti ben protetti. Se tuttavia non si volesse tener fede a questa suggestione, è quanto meno evidente che l’America da tempo guardi avidamente all’Europa, cominciando nel ’47 Col piano Marshall, proseguendo con “gli Stati Uniti d’Europa” e speriamo non riuscendo con il TTIP. È dunque evidente che la famigerata guerra fredda non ha mai avuto fine, se non, al massimo, qualche tentennamento e fase di ulteriore raffreddamento. Oggi la tensione sta di nuovo surriscaldando il conflitto, non più diretto, giacché le guerre odierne si combattono a suon di valuta e non a fil di spada. Il risultato in ogni caso è lo stesso, se non peggiore. L’Europa, ancora una volta, è nel mezzo, grazie soprattutto a quella lunga fila di politicanti nostrani ed europei traditori che hanno ci hanno dato in pasto allo straniero. Il Piave, inascoltato, prova ancora a mormorare.