di Alessandro Mancini Caterini

Nell’articolo precedente (vedi: http://www.lintellettualedissidente.it/economia/la-guerra-ideologica-delleconomia-parte-i/ ) si è visto come ogni discussione critica sul capitalismo post-Lehman Brothers termini ad un bivio: da tal punto o si varca la via del nuovo paradigma (come il Marxismo) oppure quella del cambiamento interno al paradigma (il Keynesianismo); per motivi di spazio il presente articolo si propone di analizzare la seconda via. Il lettore potrà storcere il naso, ma bisogna partire da una premessa: il precedente attacco al neoliberismo non consiste in una negazione tout court del capitalismo alla Fusaro. I neoliberisti sono criticabili perché con il loro paradigma filosofico-economico vogliono fondare l’etica sociale solo ed esclusivamente sul mercato, riducendo l’esistenza umana all’inseguimento dello scorrere delle merci. Mentre ciò che noi chiamiamo ‘capitalismo’, invece, si riferisce ad un sistema istituzionale fondato sulla proprietà privata e sulla libertà, ma è poi compito dello Stato decidere come indirizzare le forze economiche che ne derivano. Il capitalismo è un meccanismo che quando ben oliato e gestito può garantire prosperità e innovazione, in quanto la libera competizione scatena un formidabile incentivo d’incoraggiamento alla produttività.

E’ proprio l’importanza dello Stato nella gestione del capitalismo ad aver creato il formidabile modello tedesco, l’ordoliberismo, teoria secondo cui lo stato, plasmando un tessuto legale (si potrebbe dire ‘le regole del gioco’), costringe i mercati a lavorare non in funzione speculativa, ma in funzione sociale. Nell’ordoliberismo non esiste il manicheismo neoliberista secondo cui i privati sono il ‘bene’ e il pubblico il ‘male’; nel paradigma ordoliberale l’obiettivo è armonizzare gli interessi del mercato con quelli dello Stato. Grazie a questa struttura istituzionale la Germania ha creato un apparato di piccole-medie imprese in grado di competere con tutto il mondo. La fonte di questa competitività deriva dal ‘framework’ del mercato sociale tedesco, il Sozialmarktwirtschaft, in cui amministrazioni locali, scuole, unioni di credito e aziende lavorano assieme generando un ambiente idoneo per produttività. Allo stesso tempo lo Stato si occupa di politiche di redistribuzione per evitare che le diseguaglianze inevitabili del capitalismo siano portate alle estreme conseguenze.

Infatti Ha-Joon Chang in ’23 cose che non ti hanno mai detto sul capitalismo’ scrive che il libero mercato non esiste affatto ‘naturalmente’ come affermano i neoliberisti, poiché “ogni mercato si regge su alcune regole e confini che restringono la libertà di scelta”. Senza un tessuto legale che cosa impedirebbe la libertà di sfruttare, di speculare, di inquinare e di contraffare? La libertà concepita in modo astratto dai neoliberali è una superficialità tipica della mente rigidamente egoista: la libertà si dà contenuto, come direbbe Hegel, solo in un contesto legale-istituzionale. L’Italia, dunque, non può prescindere da una visione olistica delle proprie riforme: per esempio la nostra giustizia, che scoraggia l’FDI (Foreign Direct Investment) a causa della lentezza, andrebbe ricostruita con una logica ordoliberale che non sia di intralcio a sane avventure imprenditoriali. Un tempo non era solo la Germania ad avere una visione economica: nel dopoguerra la Francia puntò sul dirigisme, mentre l’Italia sull’IRI come motore della crescita. In entrambi i casi si trattava di far funzionare il capitalismo all’interno di un’economista mista, e il risultato fu il boom economico. Negli anni ’90, però, quando il paradigma Keynesiano era già stato scalzato da quello neoliberista, la classe dirigente italiana svendette clamorosamente l’IRI per obbedire ai comandamenti del Washington Consensus. Mentre il paradigma neoliberista ci insegnava ad affidare le aziende di stato in mano al mercato, la Cina intanto diventava una delle maggiori economie del pianeta facendo il contrario e puntando, invece, sulle gigantesche SOEs (state-owned enterprises). Non dovrebbe, dunque, stupirci il giudizio del Global Times (giornale nazionalista cinese) sull’Italia: “il ‘modello IRI’ è la prima ragione per cui l’economia italiana è riuscita ad evitare uno scenario come quello greco”.

Purtroppo parlare di statalismo in un paese come l’Italia dove la malagestione è diffusa a livelli tragicomici suona strano; ma è proprio per risolvere la malagestione che le tanto decantate riforme strutturali devono entrare in scena. Ultimamente le riforme strutturali vengono ripetute solo per dare il via libera a privatizzazioni e precarizzazione, quando invece esse dovrebbero servire (possibilmente in un’ottica ordoliberale) a rendere il ruolo dello Stato nell’economia più efficiente. Come uscire allora dalla malagestione? Gli inglesi hanno un mantra semplice “transparency and accountability”; con un perfetto accesso ai dati e con un sistema di vari gradi di responsabilità, i funzionari statali avranno l’incentivo di compiere il loro dovere. Mentre le regioni del Nord sono già competitive a livello mondiale e necessitano diminuzioni delle tasse anziché statalismo, il Sud ha bisogno disperatamente d’interventi keynesiani per ricostruire la propria economia. E’ solo con un forte mercato interno nell’intera penisola che si può far decollare la domanda aggregata: e una volta ripartiti i consumi, progressivamente migliorerà l’atmosfera macroeconomica. Putroppo, per colpa della costruzione buro-kafkiana dell’Euro, l’Italia deve rispettare l’assurda regola del 3% e dunque ha le mani legate nelle politiche fiscali: ciò significa che per permetterci riduzioni delle tasse e maggiori investimenti keynesiani, è necessario un taglio alla spesa pubblica laddove essa èd’intralcio per la produttività.

Per quanto riguarda la filosofia neoliberista che enfatizza ‘l’etica del mercato’ sarebbe come un’invasione barbarica se ad essa si permettesse di vandalizzare la nostra cultura. Un paese con radici profonde come l’Italia come può accettare una teoria fondata sul puro egoismo utilitarista? E come può assecondare richieste economiche che dicono non cosa può fare l’uomo del mercato, ma cosa il mercato può fare dell’uomo? Basta ripercorrere la storia del nostro pensiero per scoprire che in una visione economica l’Italia deve tener conto di un patrimonio intellettuale insuperabile: nel Medioevo cristiano il bonum commune di Tommaso d’Aquino, ai tempi del Rinascimento la dignità dell’uomo delineata da Pico, durante il Risorgimento la Nazione intesa in modo mazziniano, con l’avvento del fascismo il tentativo gentiliano di creare uno Stato organico, e infine il codice di Camaldoli del 1943 che ispirò gli esponenti della DC ad unire valori cristiani, socialisti e liberali. In tutti questi esempi notiamo una visione del mondo in cui l’economia è mezzo e non fine, poiché il fine non è l’auto-referenzialità della téchne ma il miglioramento dell’uomo. Il codice di Camaldoli è stato l’ultimo sussulto, l’ultimo tentativo di dare un’impronta italiana al paradigma capitalista. Nel terzo millennio l’Italia deve saper tracciare un disegno economico che tenga conto della propria identità. Come direbbe Federico Caffè: l’economia senza valori è una scienza crudele.

Per quanto riguarda il sistema bancario-finanziario si entra in un campo troppo vasto per un singolo paese, poiché gli ormai sconfinati flussi di capitale richiedono una collaborazione internazionale (basti pensare ai vari accordi di Basilea). Quello che però è importante da sottolineare è che l’accesso al credito è uno dei fondamentali motori della crescita economia (tant’è che l’economista Richard Werner, noto come l’ideatore del QE, ha creato nuove equazioni del PIL in cui si tiene conto della ‘creazione di credito’). Nel Global Competitiveness Report (2014-15) del World Economic Forum, l’Italia risulta 49esima in competitività; e uno dei dati in cui il nostro Paese pecca maggiormente è lo sviluppo dei mercati finanziari. Nell’era del credit crunch, ciò è un enorme ostacolo per le PMI. Attualmente molti imprenditori italiani ricorrono al tradizionale prestito bancario basato sul collaterale, ma ciò è ormai obsoleto, nonché inutile per start-up che hanno poco se non alcuna garanzia da offrire alle banche. Per diversificare il modo con cui ottenere liquidità è necessario sfruttare strumenti finanziari. Finché la finanza agisce per servire l’economia reale (e non viceversa) aiutando quest’ultima ad aumentare capitale, allora lo sviluppo finanziario è una risorsa utile per permettere alle PMI di competere a livello internazionale.

Inoltre, per rilanciare l’export delle nostre PMI è fondamentale recuperare la produttività sfumata negli ultimi decenni. Esistono regole macroeconomiche, come la legge di Verdoorn-Kaldor, secondo cui aumenti di produttività sono più probabili in un ambiente di crescita economica e non di recessione. Ciò per varie ragioni, ma essenzialmente perché è solo con un aumento della crescita economica che le aziende possono accumulare il capitale necessario per investimenti e miglioramenti tecnologici. Non è scritto da nessuna parte che le riforme strutturali debbano per forza essere accompagnate dall’austerity (nota politica recessiva). Anzi, le riforme strutturali costano, richiedono aumenti di spesa pubblica, ed è ciò che fece la Germania quando dovette sforare il 3% per attuare le riforme Hartz.  E’ ben noto che aumenti di produttività avvengono laddove lo Stato investe in ricerca e sviluppo (il privato, invece, accecato dal puro profitto, ignorerebbe simili opportunità): d’altronde fu proprio un investimento del Pentagono con fondi pubblici che portò allo sviluppo d’internet, mentre la Silicon Valley ha beneficiato di generosissimi investimenti dello Stato americano. Per concludere, riassumeremo in due punti come l’Italia deve incastrarsi nel paradigma capitalista.

In primis è essenziale una riflessione delle nostre radici storiche per cogliere come l’economia è concepita all’interno della cultura italiana. Immersi in quel vastissimo oceano che è il pensiero italiano, attingeremmo benissimo che i nostri valori non si addicono alla dimensione neoliberale ove il mercato vuole essere unico spazio vitale dell’uomo. Contemplati, invece, valori ben più nobili nella storia italica, notiamo che nel campo della ‘cosa pubblica’ tali valori s’intrecciano in un unico concetto: ovvero che la politica e’ sovrana sull’economia, poiché la politica e’ la dimora del bene comune, mentre l’economia e’ luogo di calcolo egoistico.

Secondo, è essenziale avere una visione olistica delle riforme e delle istituzioni economiche (come nel paradigma ordoliberale), poiché solo con una comprensione dell’intero e non del particolare si da ordine alle forze economiche. In un documento del 2012 della Fondazione Nord-Est gli imprenditori scrivono nero su bianco che sentono “il bisogno di dare un senso e una direzione ai sacrifici che si stanno facendo… la necessità di avere un orizzonte e un futuro minimamente definito.” Dinanzi ad un’atmosfera socio-economica vacillante, quale orizzonte vuole tracciare l’Italia per i suoi imprenditori, lavoratori e giovani? Vogliamo rilanciare il made in Italy nel mondo? Vogliamo inserirci in una strategia geo-economica multipolare anziché atlantista? Vogliamo ricostruire il Sud Purtroppo finché all’orizzonte scorgeremo solo l’ubbidienza inerte ai diktat buro-kafkiani di Bruxelles, allora il nostro paese sarà destinato ad una degenerazione perpetua.

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