di Alessandro Mancini 

17 giugno 1800.

Un generale francese, accompagnato dalle sue fedeli truppe, si addentra fra le vie della citta’ per una marcia trionfale: le sue vittorie nel Nord Italia, d’altronde, meritano un’accoglienza speciale. Nonostante l’aria afosa, il generale attraversa le strade milanesi con fermezza e i cittadini, una volta riconosciutolo, cantano il suo nome dando vita ad un coro entusiasta. Nel suo diario il generale si chiederà come fosse possibile che quel giorno riecheggiasse così forte il nome di un solo uomo, un solo piccolo uomo (la leggenda narra che il generale fosse particolarmente basso…). Quel generale aveva la risposta. Quel generale era Napoleone. “L’immaginazione governa il mondo”: fu questa la soluzione scritta nero su bianco dal condottiero corso. Quest’ultimo aveva capito che non erano le sue vittorie a smuovere le folle, ne’ i suoi discorsi elaborati, ne’ le sue armi, ne’ tanto meno il suo cavallo bianco. Napoleone sapeva che era ciò che lui rappresentava ad aver generato un’aurea leggendaria attorno a sé: così leggendaria da far sì che il suo nome fosse osannato in qualsiasi città europea. Napoleone rappresentava il cambiamento cognitivo nel pensiero filosofico-politico avvenuto nel 1789, ovvero l’insieme di valori della rivoluzione francese. Era il fascino del patriottismo romantico e il desiderio di uno stato moderno ad aver creato un tale seguito. In termini Kuhniani possiamo parlare di ‘rivoluzioni di paradigmi’: si tratta di quei capovolgimenti copernicani che ci permettono di guardare al mondo attraverso una nuova ottica e un nuovo sistema concettuale.

Gli strategici più acuti conoscono perfettamente la forza dell’immaginazione; essa rientra nella importantissima categoria del cosiddetto soft power. Brzezinski, la grande mente dietro la geopolitica di Obama, lo ripete a chiare lettere da ormai qualche anno: in un mondo postmoderno dove è l’informazione ad essere una piattaforma di potere, è diventato obsoleto (se non controproducente) avanzare ambizioni imperialiste attraverso bombardamenti e ‘boots on the ground’. Le battaglie di oggi vanno combattute sui social, sui media, nelle università, nei think-tank, negli NGOs: ecco a voi l’era della guerra delle idee, certamente meno sanguinosa rispetto a quelle belliche, ma non meno aggressiva. La tendenza del nostro secolo è la rapida semplificazione della guerra delle idee: vivendo ormai in un mondo interamente interconnesso, può bastare divulgare solo idee economiche per trasmettere un potere ad impatto assicurato. Non a caso è il grande mito del ‘sogno americano’ ad aver permesso agli USA, fino dagli inizi del ‘900, di esercitare un’influenza culturale impareggiabile in tutto il mondo: le pubblicità della coca-cola ed il toro selvaggio di Wall Street hanno esercitato più forza politica di qualsiasi battaglione di marines. Per credere nel sogno americano bastava essere monoteisti: credere nella ‘mano invisibile’ del libero mercato.  Nel ‘900, migliorate le linee di comunicazione col telefono e con la radio e aumentati i flussi migratori verso l’America, crebbe a dismisura il numero di credenti nel monoteismo smithiano. Il liberismo di quegli anni da un parte generò nuovi archetipi nelle coscienze collettive attraverso il consumismo e dall’altra fornì agli intellettuali un nuovo paradigma logico-cognitivo, in quanto gli economisti post-Smithiani esaltaoano l’individualismo nei modelli matematici.

Qualcosa però andò decisamente storto nel ’29: l’idea che i mercati funzionassero in uno stato di equilibrio naturale si rivelò una catastrofe e i popoli del mondo, destatisi dal sogno americano, si ritrovarono davanti ai loro occhi l’incubo della grande depressione. A salvare il capitalismo dalle rivoluzioni bolsceviche e dal nazi-fascismo ci pensò John Maynard Keynes il quale, non più ubriacato dalle ebbrezze della mano invisibile, sostenne che il capitalismo potesse sopravvivere solo con interventi dello stato per stimolare la domanda aggregata.  Il genio di Keynes fu quello di creare un nuovo paradigma cognitivo (la macroeconomia), in cui veniva trovato un compromesso fra capitalismo e socialismo. Nel dopoguerra i paesi occidentali (e non solo) abbracciarono il pensiero di Keynes, tant’e’ che addiritura un Presidente repubblicano come Nixon ammise in una famosa frase che “We are all Keynesians now”. Ma sarebbero bastati pochi anni dopo lo scandalo Watergate per assistere con ironia che le parole di Nixon erano le proverbiali ‘ultime parole famose’: infatti la stagnazione economica degli anni ’70 causata dalla crisi petrolifera richiese un nuovo paradigma, e furono i ‘fondamentalisti del mercato’ (per usare un infelice epiteto di Stiglitz) a prendere il sopravvento.

Già da tempo la teoria della public choice, con la sua analisi cinica della politica, aveva infranto l’illusione Keynesiana che i politici fossero mossi da uno spirito di abnegazione nei loro interventi pubblici. Milton Friedman, invece, portò alle estreme conclusioni il pensiero hayekiano sostenendo, addirittura, che ci fosse un tasso ‘naturale’ di disoccupazione su cui il governo non doveva intervenire, pena un gravoso aumento dell’inflazione. Inoltre i promulgatori della Rational Expectations avanzaronno che ogni dirigismo fosse inefficace, in quanto gli agenti economici avrebbero riadattato le loro previsioni nell’eventualità di un rialzo dei prezzi. E per dare validità accademica alla Reagonomics degli anni ’80, i Chicago Boys sostennero tramite complessi modelli matematici (si veda, ad esempio, l’efficient market hypothesis) che la finanza non necessitasse alcuna regolamentazione, in quanto i prezzi del mercato rivelavano già correttamente le informazioni a disposizione. Momento simbolico del trionfo liberista fu quando la Thatcher, dinnanzi ai tagli alla spesa pubblica, ribadì con la sua ferrea testardaggine la filosofia del TINA: There Is No Alternative. Quelle parole risuonarono come il pichiettare del martelletto di un giudice: è il tonfo di una sentenza irreversibile. La sentenza che solo il neoliberismo può funzionare.

Gli epigoni di Hayek, usciti inizialmente sconfitti nella guerra ideologica post ’29, ebbero finalmente la loro rivalsa sui Keynesiani. Come spiegato brillanatemente da David Harvey, la rivoluzione neoliberale degli anni ‘70-’80 (che ancora oggi domina) fu dirompente non tanto grazie a prove statistiche evidenti, ma tramite una ben congegnata lotta propagandistica volta ad attaccare il welfare state e ad estremizzare l’etica del libero mercato. Basti pensare alle varie idee che ci sono state inculcate in testa come dogmi religiosi: l’idea che il PIL debba aumentare ad ogni costo (senza dare importanza a tutto cio’ che non rientra nel PIL….) o l’idea di rispettare il trascendente giudizio dei mercati. I neoliberisti si sono mossi abilmente con i loro think tank (dalla Mont Pelerin Society all’Adam Smith Institute) e con finanziamenti generosi delle piu’ importanti multinazionali, e diffondendo una cultura materialista di facile appeal. Contemporanemente due convergenze storiche hanno dato una mano al nuovo paradigma neoliberista: da una parte la progressiva finanziarizzazione a scapito del Fordismo di stampo industriale, e dall’altra la progressiva globalizzazione che erode il potere sovrano degli stati per via dello tsunami di capitali in perenne movimento.

Dopo la caduta del Muro Berlino (in cui finì in macerie pure il paradigma Marxista), Francis Fukuyama proclamò con rigurgiti hegeliani che la storia fosse giunta al suo termine: non ci sarebbero più stati nuovi paradigmi. Il neoliberismo aveva vinto. Fino al 2008 sembrava che Fukuyama avesse colto un fatto storico innegabile, d’altronde in campo economico era ormai consolidato il cosiddetto Washington Consensus, ovvero una lista di dieci comandamenti neoliberisti che andavano scritti sulle tavole di tutte le nazioni: dal controllo austero del bilancio pubblico alle privatizzazioni, dalla deregolamentazione della finanza alla flessibilità sul lavoro.

Eppure se c’e’ una cosa che ci ha insegnato la storia e’ che essa non finisce mai di farsi beffe dell’uomo e delle sue idee. Proprio quando il neoliberalismo sembrava ormai un fait accompli, negli uffici della Lehman Brothers cominciava la più mastodontica crisi economica di tutti i tempi, the Great Recession come la chiamano in America. Il 2008 è diventato un punto nevralgico nella guerra delle idee: la data è infissa nella nostra memoria come fallimento clamoroso dei mercati. E non è affatto una coincidenza che gli economisti della LSE, dopo essere stati bacchettati dalla Regina Elisabetta per non aver lanciato alcun campanello d’allarme, hanno risposto a Sua Maestà che il loro errore e’ stato un fallimento nell’ “immaginazione collettiva”. Tutto cio’ non stupisce: se nei modelli matematici si assume l’inesistenza del debito e l’impossibilità della crisi, e se si trascura il livello di leverage del sistema bancario-finanzario è inevitabile che i neoliberisti non abbiano alcun strumento nel loro idilliaco paradigma di mani invisibili per prevedere l’apocalisse. Ma la beffa, oltre al danno, è che il paradigma neoliberista si è rivelato inefficace non solo nel prevedere la crisi, ma anche nel combatterla. Secondo Lawrence Summers viviamo ormai nell’epoca di una recessiona secolare, costellata da deflazione, alta disoccupazione e tassi d’interesse da trappola della liquidità. Dinnanzi ai disastri sociali generati dalla crisi, la mano del mercato per una volta è stata visibile: già, essa ha mostrato a tutti un bel dito medio. La crisi del 2008 e le sue conseguenza hanno frantumato vari miti neoliberisti: su tutti l’idea dell’equilibrio naturale dei mercati finanziari, poi anche l’idea che il sistema bancario potesse essere ignorato, e ora anche le teorie Bocconiane sulla expansionary austerity (e tutto ciò è ammesso anche da Olivier Blanchard, economista di punta del FMI).

Mai come oggi il paradigma neoliberale è stato così fragile: esso e’ stato ferito da travolgenti fattori esterni, ma soprattutto sta collassando sulle sue stessa fondamenta. Eppure la classe intellettuale e accademica è stata incapace di tracciare un disegno alternativo al capitalismo (come fece Marx) o un modello sociale del capitalismo (come fece Keynes). Sarebbe un disasatro se in questi anni si lasciasse ristagnare le idee neoliberiste, permettondo ad esse di regnare incontrastate: e’ forte il bisogno di far passare acque fresche in questa palude cognitiva. E’ diventato intollerabile accettare un modello etico-economico-filosofico basato sul puro calcolo egoistico, ed è ormai diventato lampante che il neoliberismo attuale agisce solo in funzione della finanziarizzazione (QE docet….per non parlare dei titanici bail-out a carico dei taxpayers). Lo studio dell’economia dunque deve diventare campo fertile per nuovi paradigmi. Ma anche nel caso non si riuscisse a generare una rivoluzione Copernicana sarebbe ingenuo rassegnarsi: come diceva Joan Robinson studiare l’economia è comunque importante per non rimanere fregato dagli economisti stessi…

Parte Prima