Due settimana fa il Ministero del Lavoro in uno dei suoi report periodici ha evidenziato il calo del 12,1% delle attivazioni di contratti di lavoro nel secondo trimestre del 2016 rispetto allo stesso periodo del 2015, con il rispettivo calo del 29% dei contratti a tempo indeterminato e un aumento dei licenziamenti del 7%. Pochi giorni dopo, l’ISTAT, in uno sei suoi consueti comunicati stampa, scrive invece dell’aumento degli occupati di 189 mila unità nel secondo trimestre del 2016 rispetto al trimestre precedente, un aumento su base annua di 439 mila occupati rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente e una crescita dell’occupazione dello 0,5% e la disoccupazione che scende dello 0,1%. Dati, questi dell’ISTAT, in netta contraddizione con quelli di casa propria, ovvero quelli del Ministero del Lavoro, ma questo non ha fermato il Governo che li ha immediatamente utilizzati per sponsorizzare la correttezza delle sue riforme. Quindi chi ha ragione in questo, odierno scontro? Ha ragione l’ISTAT? Ha ragione il Ministero del Lavoro? Hanno ragione entrambi? Vediamo di fare chiarezza.

Il primo aspetto da sottolineare è che l’ISTAT parla di “occupati” e non di contratti, laddove la definizione di occupato della ILO (International Labour Organization) utilizzata da tutti gli istituti di statistica è: “persona in età lavorativa che nella settimana di riferimento ha svolto almeno un’ora in un’attività che preveda un corrispettivo monetario o in natura, oppure ha svolto almeno un’ora di lavoro non retribuito nella ditta di un familiare”. Dunque sono comprese anche persone che non sono sotto contratto ma che lavorano occasionalmente. Invece, il Ministero del Lavoro parla di “contratti” attivati e cessati, quindi in questo caso non si parla di lavoro occasionale, ma al massimo di contratti a chiamata, che sono pur sempre contratti.

Secondo, per confrontare i due report, occorre non considerare  i 189 mila occupati in più a cui si riferisce l’ISTAT perché si riferiscono al dato congiunturale, cioè l’aumento dal primo trimestre di quest’anno al secondo trimestre di quest’anno, mentre noi intendiamo concentrarci sul dato tendenziale dei 439 mila occupati su base annua rispetto all’anno precedente. Inoltre, occorre confrontare i due diversi metodi di raccolta dei dati, poiché l’ISTAT generalmente utilizza delle interviste su un campione ristretto di popolazione mentre il centro studi del Ministero del Lavoro (SISCO) utilizza i dati informatici di tutta l’amministrazione pubblica, sia quella nazionale che regionale.

Possiamo adesso cominciare a trarre le prima conclusioni. Qualcuno ha ipotizzato questa discrepanza come differenza temporale, individuando il dato ISTAT come un flusso e il dato del Ministero come uno stock, ma questa interpretazione si rivela errata in quanto l’occupazione o il numero di contratti attivi si presenta come un dato puntuale nel tempo, quindi un valore di stock in ogni caso. La chiave della questione va cercata nella differenza di soggetti presi in considerazione. L’ISTAT ricerca tutti gli occupati, che come abbiamo visto precedentemente, sono tutti quelli che hanno svolto anche un’ora lavorativa nella settimana di riferimento, mentre il ministero prende in considerazione solamente i contratti attivati nell’insieme di tutti gli occupati.

Per tagliare la testa al toro, ricorriamo all’INPS, che ci rivela chi ha veramente ragione, ovvero entrambi. I dati del’ Ministero e dell’ISTAT sono coerenti se si guarda alla continua e spropositata vendita di voucher, che da gennaio 2016 a luglio 2016 è aumentata ancora del 36% rispetto allo stesso periodo del 2015. Ecco allora cos’è che droga le statistiche sull’occupazione: lo smodato utilizzo di strumenti di precarizzazione, come il voucher, che dovrebbe essere utilizzato per pagare le prestazioni di lavoro occasionali, ma che in realtà è utilizzato come vera e propria forma di retribuzione, al posto di un regolare contratto e che fa rientrare chi viene retribuito con i voucher come un occupato, anche se ha lavorato solamente qualche ora alla settimana.

Infatti l’INPS evidenzia, insieme al centro studi del Ministero del Lavoro, come tutti gli indicatori statistici su tutti i tipi di contratti siano pessimi. Dalla diminuzione delle attivazioni di contratti, alla diminuzione di nuovi contratti a tempo indeterminato, alla diminuzione di nuovi contratti a tempo determinato e per concludere all’aumento della cessazione dei contratti e all’aumento dei licenziamenti. Questo a dimostrazione nuovamente di come siano fallimentari le ricette proposte da quest’Europa, prese alla lettera dai nostri ultimi tre Governi, in particolare in questo caso la fallimentare riforma del lavoro (Jobs Act), dove in una crisi di domanda (di lavoro), se si va ad agire sull’offerta (di lavoro), non si ottiene assolutamente niente.