L’accordo dello scorso 14 giugno tra governo e sindacati, secondo il quale i lavoratori finlandesi si impegnano a rinunciare a tre giorni di ferie all’anno senza ricevere alcun aumento di stipendio, è soltanto l’ultima delle numerose misure di austerity prese dal governo nel vano tentativo di arginare la crisi dilagante. La situazione, poco riportata dai media mainstream italiani, e sicuramente mai descritta in tutta la sua complessità, è catastrofica: la Finlandia è, tra tutti gli stati aderenti alla moneta unica, quello meno efficiente e meno produttivo, dopo la Grecia, naturalmente, sul piano del rapporto costi/profitti e della competitività. Dati di un anno fa, novembre/dicembre scorso per la precisione, evidenziano come il PIL si sia contratto di oltre il 5,5% in meno di 4 anni e la disoccupazione sia aumentata di quasi 5 unità percentuali. Inoltre, il debito pubblico è cresciuto di oltre un terzo dal 2008 e 2/5 della produzione industriale è andata persa. Nel 2011 l’inflazione stava al 4%, un ottimo valore, oggi si attesta appena sopra lo zero (qui).

Le cause? Troppi diritti ai lavoratori, troppa spesa pubblica, troppe poche tasse, secondo qualche burocrate-tecnocrate chiuso nel proprio ufficio in un grigio palazzo in quel di Bruxelles. Secondo altri, persone come Krugman, Stiglitz e Pissarides, la crisi è da imputare ad altri fattori, come la crisi della Nokia, acquistata ed in seguito ceduta dalla Microsoft, la contrazione del mercato della carta e le micidiali (per l’Europa) sanzioni alla Russia. Andando con ordine: negli ultimi 10 anni, con il boom della Apple, la Nokia ha perso grosse fette di mercato e proprio a causa dell’affermazione dei supporti digitali, di Amazon e degli ebooks la domanda mondiale di carta è diminuita più o meno di 1/3 dall’inizio del secolo. La Finlandia non è un “debito sovrano”, né tantomeno ha problemi di contabilità nazionale: il più grosso errore è stato trascurare l’innovazione tecnologica e sottovalutare i mercati emergenti. Poi, da un giorno all’altro, come una mazzata tra capo e collo, sono arrivate le sanzioni alla Federazione Russa per i primi disordini in Crimea e nel Donbass. Il valore lordo delle esportazioni finlandesi ammontava a circa 450 milioni di euro annui; i politici locali, invece, perfettamente allineati alle direttive di Francoforte e Bruxelles, hanno minimizzato tutto. Di fatto, non è facile calcolare i posti di lavoro perduti a causa delle sanzioni. Altra grossa spina nel fianco è l’età media della popolazione: tra le più alte d’Europa. La classe lavoratrice, insieme coi disoccupati, deve permettere allo Stato di assicurare agli anziani un carico pensionistico che si è ormai fatto insostenibile. Questa crisi demografica, purtroppo comune a tutto il Vecchio Continente, ha cominciato ad inasprirsi dallo scorso decennio, con il progressivo impoverimento della popolazione e l’aumento della disoccupazione. La mancanza o scarsità di reddito è uno tra i principali fattori socio-economici che impediscono la procreazione e, conseguentemente, lo sviluppo economico e tecnologico.

Ma, nei fatti concreti, che cos’è che differenzia la Finlandia dalle altre grandi economie del Nord Europa? Tralasciando la Norvegia, che ha un sistema di diversificazione dell’economia offshore piuttosto complesso, e facendo il paragone con la Svezia, notiamo che questi due paesi che si affacciano sul Baltico hanno avuto a partire dal secondo dopoguerra uno sviluppo economico molto simile. Poi, però, la Finlandia ha aderito all’Euro. Per questo oggi la Svezia, seppur con un PIL ridotto, è riuscita ad abbattere di un terzo la disoccupazione: grazie alla spesa pubblica. La Finlandia, invece, vive una tra le peggiori crisi della sua storia recente. Come ricorda Alberto Bagnai, in occasione della recessione dell’inizio degli anni ’90 causata dal crollo dell’URSS, ai Finnici bastò sganciarsi dallo SME e svalutare del 25% per riportare il tasso di crescita del PIL in positivo e permettere una continua crescita fino al 2008. Oggi, purtroppo, tutto questo non è più possibile. “L’euro è stato un’idea orribile. Lo penso da tempo. Un errore che ha messo l’economia europea sulla strada sbagliata. Una moneta unica non è un buon modo per iniziare a unire l’Europa. I punti deboli economici portano animosità invece che rafforzare i motivi per stare assieme” (Amartya Sen).