Edito in Italia da Feltrinelli e curato da Heinrich Geiselberger, La Grande Regressione è una raccolta di quindici brevi saggi firmati da altrettanti intellettuali (e non solo) da tutto il mondo. Esatto: Feltrinelli. No, aspettate a storcere il naso. È chiaro quello che state pensando: il solito rigetto gastroesofageo di pseudo-denuncia contro l’ascesa dei populismi in occidente. C’è anche quello, non fraintendiamo, ma gli spunti interessanti sono parecchi, così come le firme taglienti. La Grande Regressione cerca di raccogliere i pezzi di un ordine economico-sociale in forte crisi. Casuale o meno, in oltre duecento pagine scritte a trenta mani, sono tre le parole chiave attorno alle quali ruota l’intera narrazione. Sinistra, globalizzazione e neoliberismo. Come se si fossero messi d’accordo precedentemente, in perfetta sintonia. Trump è il coltello che ha squarciato il Velo di Maya: l’elefante nella cristalleria, l’ospite inquietante che ha aperto gli occhi dell’intellighenzia mondiale. Nel 2017 si può dire che qualcosa non va e girare la testa dall’altra parte è diventata una opzione non più tollerabile.

Nel suo essere mainstream, questa raccolta lascia cadere monetine che una mente critica potrebbe raccogliere con profitto

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La Regressione, che ha acquisito una connotazione sociale e culturale, non è che lo strascico del fallimento, la recessione, di un sistema politico-economico che ha monopolizzato il dibattito per decenni. Come se il futuro si palesasse di fronte a noi come un qualcosa di già passato, che dovevamo esserci lasciati alle spalle. L’antropologo statunitense Appadurai, a riguardo, è lapidario:

La perdita di sovranità economica spinge ovunque a enfatizzare la sovranità culturale.

Vi sarebbe quindi una correlazione tra la caduta delle istituzioni nazionali tradizionali e la necessità di doversene creare di nuovi, o aggrapparsi a ricettacoli del passato. Per Appadurai l’elezione di The Donald ne è stata la prova lampante: il tycoon ha sovrapposto la caucasicità all’ideale americano, richiamando nella popolazione ricordi e tradizioni del passato. Vecchie sì, ma ancora vivide ed elettoralmente efficaci. Ciò che traspare nel saggio è la malleabilità con la quale l’elettorato affronta il dibattito politico. La popolazione è persa, priva di riferimenti, quindi affamata di slogan e ideali, anche se razionalmente esilaranti. Appadurai insiste su questo concetto:

Ecco cosa hanno in comune i leader dei nuovi populismi autoritari: tutti promettono una purificazione culturale nazionale come strada verso il potere politico mondiale […] Tutti simpatizzano per il capitalismo neoliberista.

Come se vi fosse una convergenza di intenti. Propinare il medesimo sistema neoliberista, ma attraverso una legittimazione popolare di carattere culturale. La ricerca di capri espiatori all’interno della comunità, minoranze o classi particolari, è diretta conseguenza della decrescita (in)felice che il paradigma del consumismo spietato e privo di tutele ha apportato. A meno che, chiude Appadurai, dalla sinistra progressista non provenga un messaggio persuasivo che parli di risorse pubbliche, welfare, salvaguardia del reddito.

Il neoliberismo, fiorito con e grazie la globalizzazione, ha dimenticato una porzione consistente del capitale umano che, persa in se stessa, è perennemente alla ricerca di una spiegazione. Siccome guardare in alto fa male al collo, gli umili si sono limitati a guardarsi attorno: ce la si prende con il diverso, con il commerciante, con il disoccupato, con l’operaio. È guerra tra poveri non osteggiata da alcuna sinistra, frazione dello scacchiere politico che invece avrebbe dovuto prendere le difese dell’uguaglianza in tutte le sue forme, sociale, culturale o civile fosse.

Donald Trump, miliardario immobiliarista Newyorkese reduce da cameo in “Mamma ho perso l’aereo”, World Wrestling Entertainment e volto di The Apprentice viene eletto Presidente degli Stati Uniti: anche gli intellettuali più prezzolati hanno cominciato a svegliarsi

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Nel saggio Politica progressista e regressiva nel tardo neoliberismo, Donatella della Porta, sociologa di fama internazionale, mantiene nel quadro di analisi la filosofia economica affermatasi negli anni ’70 del XX secolo.

La base sociale della protesta (di sinistra) si è spostata dalla classe dei lavoratori industriali […] alle nuove classi medie.

Non si tratta unicamente di distribuzione della ricchezza, che ha permesso con il boom economico/industriale la formazione di una classe media, spina dorsale della democrazia, generatrice di consumi e sufficientemente abbiente da vivere serenamente. In cicli economici positivi chi ha meno diritti ne pretende: con bassa disoccupazione (quindi prospettive migliori) il potere contrattuale degli umili aumenta. Quando le cose girano ci sono margini per poter intervenire. Quando la giostra smette di girare, e per scelta politica lo ha fatto, la classe media formatasi con l’accumulo di risparmi, buoni salari e diritti sociali è stata minacciata dalla grande regressione. Retrocedendo nella piramide sociale la fiducia per il progresso viene meno, ed ecco che gli sfollati della sinistra si sono messi a vagare alla ricerca di una nuova casa.

Molti studiosi hanno identificato la nuova spaccatura che si è prodotta tra vincitori e perdenti della globalizzazione con il fatto che questi ultimi si contrappongono alla sua dimensione culturale attraverso rivendicazioni xenofobe e anti-immigrazione che convergono in forme esclusiviste di nazionalismo.

Della Porta colpisce nel ventre la polarizzazione della scena politica contemporanea. Chi ha perso, costretto a regredire, si aggrappa agli idoli più vicini, in particolare la propria identità nazionale. La chiamano “madre patria” non a caso (e non “matria” come vorrebbe Michela Murgia). Il problema sorge quando gli interlocutori della folla disillusa, ovvero i partiti politici, si limitano per comodità e convenienza alla comprensione della pancia della popolazione. Il malcontento è un effetto del fallimento di una certa ideologia economica: bisogna intervenire sulla causa, solo che la causa è difficile da studiare, comprendere a sua volta e spiegare.

Troppo faticoso. E quindi “populismo” fu, accompagnato da immediatezza, a volte irrazionalità. Catalizzatori del sentimento popolare sono in questa fase i partiti di destra che hanno tra le proprie fondamenta ideali patriottici, nazionali e identitari. Esattamente tutto ciò che con la globalizzazione si è perso. Della Porta, rifacendosi anche a Polanyi, individua due tipi di reazione (perché di atteggiamento reazionario si tratta): quella progressista e quella regressiva. Con un occhio un po’ mainstream, descrive come progressive le proteste tese ad allargare l’orizzonte della società, nel segno del cosmopolitismo. Vengono citate le acampadas spagnole, l’avvento di Syriza (sappiamo che fine ha fatto), e i vari Occupy. Nobili d’animo e d’intenzioni, spinte dall’energia di giovani ben istruiti e non necessariamente fuori dal circuito sociale, queste proteste rimangono però relegate nella parte debole dello schieramento.

Occupy Wall Street, movimento pacifico di protesta nato nel settembre 2011, è rimasto incompiuto: la sinistra progressista, debole, ha solo dato da fare alle forze di sicurezza (il broker al cinquantesimo piano non si è nemmeno accorto della loro presenza)

Occupy Wall Street, movimento pacifico di protesta nato nel settembre 2011, è rimasto incompiuto: la sinistra progressista, debole, ha solo dato da fare alle forze di sicurezza (il broker al cinquantesimo piano non si è nemmeno accorto della loro presenza)

Questi movimenti progressisti di sinistra sono stati temporaneamente eclissati dal successo dei partiti di destra. E questo perché? Si è registrato uno scivolamento progressivo dei movimenti sociali che tuttora è in corso. Durante questo scivolamento, è stato travisato il nemico contro cui era necessario combattere:

Mentre il neoliberismo attaccava gli attori corporativisti che avevano guidato i patti sociali del capitalismo fordista i movimenti emergenti hanno iniziato ad accarezzare l’idea di una democrazia diretta guidata dai cittadini.

L’illusione di potercela fare, di ribaltare il paradigma politico senza cambiare l’ordinamento legislativo (non si sa bene come) o ripensare concretamente il paradigma economico (perché è facile predicare risultati senza avere un programma attuabile e realistico in tasca). Una illusione destinata a restare tale.

La destra, pragmatica, rude, primordiale e diretta, sta catalizzando il malcontento in maniera decisamente più efficace. La sociologa non risparmia questi ultimi: a loro dedica il paragrafo Movimenti regressivi?, proprio a voler mettere in chiaro, fin da subito, come le forze populiste (quanto è odioso questo termine) di destra alienino il volere della massa affidandolo alle mani di una leadership forte e autoritaria. In questi termini vi sarebbe una regressione della cultura democratica ma, allo stesso tempo, un più convincente impatto psicologico sull’elettorato. Merito della nuova destra? Nì. Le responsabilità, ancora una volta, sono nei partiti tradizionali, principalmente di sinistra:

In Europa le conseguenze del riposizionamento a destra in termini di visioni (esclusiviste) di protezione sociale appaiono tanto più drammatiche nella misura in cui la sinistra viene percepita come sostenitrice del libero mercato e priva di una alternativa concreta.

Nancy Fraser, filosofa statunitense autrice di un altro capitolo, rincara la dose:

Nella sua forma americana, il neoliberismo progressista indica una alleanza tra le correnti mainstream dei nuovi movimenti sociali (femminismo, antirazzismo, multiculturalismo, Lgbtq) e i settori “simbolici” di alto livello e basati sui servizi del mondo degli affari.

Si registra uno step successivo: la sinistra ha fallito la lotta per i diritti sociali e si è rifugiata nel progressismo radical-chic. A loro volta le fondamenta teoriche di questa inversione hanno trovato nel turbo-capitalismo un amico fidato. Pur inconsapevolmente, le prime [le forze progressiste] prestano il proprio carisma alle seconde [forze del capitalismo cognitivo]. Gioco, set e incontro. Ed è clamoroso come, passato un decennio dalla crisi più devastante della storia capitalista, il quadro sociopolitico sia così chiaro.

Qualcuno sui social ha scritto che “su Rai2 c’erano tre milionari che parlavano di giustizia sociale, uguaglianza e diritti”. Ah, c’era anche Bono, quello con i soldi nei paradisi fiscali

Qualcuno sui social ha scritto che “su Rai2 c’erano tre milionari che parlavano di giustizia sociale, uguaglianza e diritti”. Ah, c’era anche Bono, quello con i soldi nei paradisi fiscali

Gli intellettuali, anche vicini ai salotti e ai megafoni mainstream, non riescono più a nascondere le cause del fallimento di un certo modo di pensare il mondo. Ci si chiede allora perché non vi sia ancora stata una inversione a U convinta e decisa verso il benessere sociale (o perlomeno un risveglio della coscienza critica in tal senso). O forse già lo sappiamo, ma vogliamo essere in buona fede fino alla fine.

Post scriptum. Questo era solo un assaggio di ciò che si può trovare nella raccolta (tra gli altri Bauman, Zizek, un come sempre delizioso e lucido Streeck). Il nostro mestiere non è quello di recensire, ci mancherebbe altro. Sotto Natale però, invece di una cover per lo smartphone o di un libro dello youtuber di turno, regalate e regalatevi questa raccolta. Non è nulla di scioccante ma proprio per questo è potente nell’impatto: le voci sono autorevoli e universalmente riconosciute nella loro autorità. Niente ipse-dixit, bensì l’occasione di aprire gli occhi a qualche parente o amico scettico sulle vostre teorie dissidenti. Qualche granello di sabbia negli ingranaggi della propaganda. Una transizione, diciamo, per evitare di rimanere accecati dalla luce che li aspetta fuori dalla caverna (per la vera dissidenza, ovviamente, GOG Edizioni vi aspetta).