di Nicola Costo Lucco

Uno dei molti paradossi italiani è quello della giustizia civile. L’anomalia è che il processo, uno strumento messo a disposizione dei cittadini per risolvere le controversie, dunque un mezzo per far fronte a dei problemi, divenga esso stesso causa di innumerevoli problematicità. E dire che l’istituzione processuale ha qualche migliaio d’anni di storia alla spalle: non è certo un prototipo in fase di collaudo.

Il vulnus più clamoroso del processo civile in Italia è la sua eccessiva lunghezza. L’art 111 della Costituzione, al suo secondo comma, si esprime in un modo che più chiaro e conciso non potrebbe essere: “Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale. La legge ne assicura la ragionevole durata”. In altre parole, perché la giustizia sia veramente “giusta” un processo non può durare troppo a lungo. Chi venga a trovarsi, per una qualunque ragione, di fronte a un tribunale del nostro ordinamento, ha il diritto garantito dalla Costituzione di ottenere una risposta in un tempo relativamente breve. Sfortunatamente, come troppo spesso accade, le previsioni della Carta rimangono affermazioni di principio. Così questo diritto risulta nei fatti sistematicamente negato: una situazione a dir poco incresciosa, condannata ripetutamente anche dalla Corte europea dei diritti dell’Uomo.

Il problema però non riguarda semplicemente la tutela delle garanzie processuali. La lentezza della giustizia italiana è una vera e propria pietra al collo per il sistema Paese, anzitutto per le imprese. Non esiste freno peggiore per gli investimenti che un sistema giudiziario macchinoso ed esasperante. Chi ha la malaugurata sorte di restarvi incastrato ha ben poche possibilità di liberarsi: “…dinanzi a me non fuor cose create/ se non etterne, e io etterno duro./ Lasciate ogni speranza, voi ch’ intrate”.  Secondo il Ministero della Giustizia, trascorrono in media 8 anni e 7 mesi prima che si arrivi alla conclusione dei 3 gradi di giudizio con la pronuncia della Cassazione. L’ostacolo è tale da determinare una perdita annua di Pil quantificata in un punto percentuale. Non si possono compiere scelte di lungo periodo con la costante minaccia di un buco nero che risucchia tempo, energie e risorse. A maggior ragione, questo vale considerando come i mutevoli scenari economici richiedano risposte rapide a fronte di cambiamenti spesso improvvisi.

I tentativi di ristabilire una durata ragionevole per i processi non sono certo mancati, ma nella maggior parte dei casi le riforme introdotte non hanno ottenuto i risultati sperati. E’ emblematico in questo senso il caso del filtro in appello, previsto a partire dal 2012 con l’obiettivo di ridurre il numero di casi discussi dal giudice di secondo grado. Il filtro consente di escludere, dopo un vaglio preliminare, tutte quelle richieste che non sembrano avere una “ragionevole probabilità” di essere accolte. Questa scelta appare giustificata dal dato statistico: il 60% delle domande d’appello si rivelano infondate al termine del giudizio di merito, sicchè è parso ragionevole prevedere una scrematura.  Tutto ciò non è comunque bastato a velocizzare il processo. Sebbene il filtro sia entrato pienamente in funzione, rimane da smaltire un 40% di impugnazioni incostestabilmente legittime, senza che un intervento risolutivo sia finalmente riuscito a snellire la procedura. E’ vero che il giudice d’appello ha una mole inferiore di processi da gestire, ma per quelli che gli restano da affrontare permangono le difficoltà di sempre. Così la parte che ha ragione, e che ha tutto l’interesse a uscire vincente dal processo nel minor tempo possibile, ottiene dal filtro in appello un vantaggio soltanto parziale.

La politica annuncia periodicamente l’imminenza di una riforma epocale, la necessaria panacea per tutti i mali che affliggono i nostri tribunali. Eppure non occorrono interventi clamorosi: intensificare l’informatizzazione sarebbe già un grande passo avanti in termini di semplificazione e risparmio. La sensibilità di un legislatore attento non faticherebbe a individuare altri possibili rimedi. Quel che è certo è che il nodo del processo civile va affrontato una volta per tutte, e bisogna farlo presto. Il suo costo è ormai insostenibile e sta arrecando un danno enorme alla credibilità dell’idea di giustizia.