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Qualche mese fa, alla Convention di Cleveland, Donald Trump, che contro ogni pronostico è diventato Presidente degli Stati Uniti, aveva accettato la candidatura repubblicana imbastendo un discorso a metà fra la cura shock reaganiana fatta di meno tasse e deregulation dal punto di vista della politica interna e una radicale svolta nel ridiscutere molte delle regole (e promesse) della globalizzazione sul piano internazionale. L’idea, risalente alla fine della guerra fredda che il mondo avesse trovato un suo equilibrio imperturbabile basato sull’apertura contro la varie forme di isolazionismo, negli ultimi tempi è andata frantumandosi. La globalizzazione ha tolto dalla povertà assoluta miliardi di persone e, fino al 2009, specialmente i paesi occidentali, hanno rivissuto un’epoca di libero scambio che ricorda molto i primi quindici anni del Novecento.  Eppure, non tutti ne hanno beneficiato visto che ad una maggiore integrazione economica fra Stati è corrisposto un progressivo svuotamento della sovranità nazionale e delle sue funzioni, in primis economico-sociali.

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Evoluzione del reddito da salario delle famiglie americane (cumulativo a partire dagli anni ’80). Il primo percentile spicca nettamente. (Fonte: The Economist)

Il patto tra i paesi vincitori della Seconda Guerra Mondiale aveva restituito un mondo, almeno in Occidente, che mirava al libero scambio come proiezione esterna di ogni liberal-democrazia e a politiche di welfare all’interno dei paesi democratici dell’Occidente. Questo equilibrio –“Smith all’estero e Keynes in patria”– è andato progressivamente erodendosi; il fatto poi è che le élite occidentali hanno pensato di poter controllare da sole questo “Nuovo Mondo” non riuscendo ad accettare che se prima alla base c’era un’egemonia chiara, forte, consapevole del proprio ruolo come quella esercitata dagli Stati Uniti, nel mondo globalizzato post-guerra fredda l’impero americano ha iniziato a confrontarsi con più potenze contemporaneamente. E il mancato dialogo non è risolvibile da una forma di guerra che ci coinvolgerebbe in modo totalizzante. Anche perché l’esito per l’intero pianeta sarebbe piuttosto scontato. Chi ci ha capito meno di tutti in questo processo è stata senza dubbio l’Europa la quale, tra gli endorsement di certi suoi politici e le recenti dichiarazioni di alcuni suoi esponenti, non sembra aver accolto con molto entusiasmo l’elezione del nuovo presidente americano. Certo, a questo establishment europeo avrebbe fatto comodo l’ennesimo presidente americano atlantista, magari attivo internazionalista, più di quanto non lo fosse già Obama. La verità è che l’Europa si è cullata fin troppo nella falsa certezza di una stabilità gestita dagli Stati Uniti. E poi Trump: una porta in faccia che forse chiuderà definitivamente equilibri mondiali che di fatto non esistono più.

“La globalizzazione ha spazzato via totalmente la classe media americana”, leitmotif della campagna presidenziale di Trump

Questo vuol forse dire innescare guerre commerciali, erigere muri, isolarsi? Ottimisticamente i legami potrebbero restare nel senso interculturale, del reciproco rispetto e delle identità condivise. Quello che ci si aspetta dalla nuova amministrazione americana è stabilità, legata però a cambiamenti significativi, come per esempio una mutata distribuzione del potere militare fra questa parte dell’oceano e la tradizionale Alleanza Atlantica. Trump ha infatti annunciato che non intende più sostenere gli oneri sproporzionati di un retaggio del passato quale è la NATO. L’Europa è quindi obbligata a crescere e gli Stati Uniti a occuparsi dei propri problemi economici e sociali interni. Tra l’altro il ripiegamento dell’anglosfera non è nuovo e, a maggior ragione, non dovrebbe essere percepito come una minaccia: quando l’America spezzò l’abbraccio con le varie monete europee e Nixon nel 1971 sospese con decisione unilaterale la convertibilità del dollaro in oro, il legame con l’Europa non venne a mancare e quest’ultima ebbe anzi la forza di emanciparsi anche grazie alla presenza all’epoca di leadership politiche che seppero raccogliere la sfida americana. Ma anche gli Stati Uniti a loro volta riuscirono a emanciparsi da se stessi, dalle cattive abitudini di fare le guerre giuste, perché democratiche, in giro per il mondo. Così, dopo l’amministrazione Johnson che si era impantanata nella guerra del Vietnam, Nixon portò il proprio paese ad un progressivo disimpegno da una guerra assurda e, economicamente, ormai insostenibile. C’è la possibilità che Trump cambi il volto del proprio paese e ritorni a quelle che poi sono le origini del sogno americano, prima che la vittoria della Seconda Guerra Mondiale desse luogo a universali e gravose responsabilità per gli Stati Uniti. Ma c’è anche la possibilità che tutto questo non accada; a quel punto Trump non imprimerebbe alcuna svolta né sul piano economico né su quello geopolitico. E ci ritroveremmo tutti in una bolla, non capendo che gli anni Novanta, gli anni della New Economy sono implosi su se stessi, non torneranno. E questo, ora, lo sa anche Hillary Clinton.