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Le Pen il male, Macron la salvezza. Di fronte al risultato del primo turno delle presidenziali francesi (Macron raccoglie il 23.75% dei suffragi, Le Pen il 21.53%), l’establishment transalpino non ha esitato ad esprimersi in favore del candidato di En Marche! per fare barrage contro la minaccia frontista. Da Hamon a Fillon, che pure fino a ieri mattina vedevano in Macron rispettivamente il candidato dell’alta finanza e l’erede del peggior hollandismo, la Francia moderata si è schierata con il trentanovenne di Amiens acclamato a gran voce salvatore della patria, proprio lui che è l’incarnazione dell’anti-patriottismo. Macron ha ringraziato e accettato un’investitura che si era già ricamato di fatto nei mesi scorsi. “Non rinnego la dimensione cristica” aveva d’altronde affermato per rispondere a chi lo interrogava sull’aurea misticheggiante dei suoi discorsi. Una modestia che fa venire i brividi.

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Mistica della croce?

Macron, il mondialista decomplexé, contro Le Pen, la candidata dei limiti e delle frontiere. Cristallizzazione di uno scontro tra due visioni del mondo più che tra due aspiranti al trono repubblicano di Francia: il liberalismo, che ingloba tutte le altre questioni, dalla sovranità nazionale al lavoro, costituisce lo spartiacque ideologico tra due candidati che si vogliono post-ideologici, né di destra né di sinistra, e che non sono legati alle due maggiori forze partitiche (Les Républicains et il Parti Socialiste), escluse entrambe per la prima volta dal ballottaggio.

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Risultati del primo turno delle presidenziali francesi per dipartimento [Fonte: Ministère de l’Intérieur].

Se Fillon si è fatto portavoce un liberalismo spurio, fatto di liberalismo economico mischiato ad elementi di sovranismo e conservatorismo sociale, Macron incarna invece il liberalismo allo stato puro (ovvero, il niente come orizzonte): multiculturalista (“non esiste una cultura francese, ma una cultura, o meglio più culture, in Francia”), progressista (“sono contro l’utero in affitto, ma perché la società non è pronta”), ferventemente pro-mercati. L’unico tra i candidati a rivendicarsi orgogliosamente europeista e atlantista (e per questo beniamino di Bruxelles), è infatti anche l’unico che si è schierato senza troppo esitazioni in favore dei trattati di libero scambio con gli Stati Uniti (TTIP) e il Canada (CETA). Macron, il candidato del sistema che si vuole anti-sistema, sogna una Francia finalmente scevra da corporatismi e logiche anticoncorrenziali, una Francia uberizzata, dove ogni problema si possa risolvere con un’app e dove le relazioni sociali si riducano a contratti tra due controparti che in un dato istante rappresentano domanda e offerta. Macron corteggia e ama il mercato, nella speranza di domarlo e di incanalarne le passioni.

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Postura presidenziale?

L’ex Ministro dell’Economia si presenta infatti come il candidato del lavoro (flessibile), come colui che permetterà ai Francesi di cavalcare la rivoluzione digitale in corso proteggendo coloro che rischiano di rimetterci pesantemente (bonne chance). Come Renzi sognava di fare dell’Italia la start-up più bella del mondo, così Macron spera di rivoluzionare la Francia (“Rivoluzione” è il titolo del suo libro di campagna presidenziali) aderendo alla mania startuppara. Anche il suo movimento, En Marche!, fondato poco più di un anno fa, si muove secondo dinamiche uberizzanti: formalmente slegato dalla politica tradizionale, la creatura macroniana, da vero disruptor, ha spezzato le ossa alle strutture politiche esistenti, sia in casa repubblicana che in casa socialista. Tuttavia, visto il tasso di mortalità delle start-up, viene da compatire il popolo francese nonostante una sua maggioranza sembri ottusamente propensa ad eleggere un presidente che, nonostante i frequenti richiami a de Gaulle e alla grandeur che fu, è l’anti-patriota par excellence. Non è un caso che Macron abbia fatto furore nei grandi centri urbani, spopolando presso quella fetta di popolazione, bourgeois-bohème (bobo) o bourgeois tout court, che si crede cittadina del mondo e che si vergogna di sventolare una bandiera francese senza affiancarvi un vessillo europeo.

Potrà Le Pen impedire l’ascesa macronista? Tramite la faticosa strategia di dédiabolisation condotta dall’enarca Florian Philippot, che ha portato il Front National ha abbracciare posizioni di rottura rispetto al partito che fu del patriarca Jean-Marie, i frontisti hanno dilagato laddove il discorso di Macron fatica a far presa, nelle campagne, nelle cittadine desertificate dalla deindustrializzazione o travagliate dalla questione irrisolta della mixité. Vedasi Hénin-Beaumont, ex-roccaforte della gauche ouvrière, ora feudo del FN, scelta da Marine Le Pen per attendere i risultati del primo turno. Disertando i salotti parigini che vedono in lei l’incarnazione del demonio, Le Pen ha fatto appello a tutti i sovranisti e i patrioti di Francia (anche Macron ha goffamente invitato i patrioti ad unirsi a lui), presentandosi come unica candidata anti-sistema, “candidata del popolo […] e non del denaro”, l’unica che possa incarnare credibilmente una vera alternanza. Probabilmente troppo anti-liberale per convincere l’insieme dell’elettorato fillonista, troppo sovranista franco-française per sedurre l’elettorato mélanchonista il cui leader, peraltro, non ha dato indicazioni di voto.

Il discorso di Marine Le Pen a Hénin-Beaumont dopo i risultati del primo turno

Comunque vada tra due settimane, lo scontro Le Pen-Macron testimonia di una frattura profondissima in seno alla società francese. Dubitiamo che bastino il sorriso gentile e l’attitudine dialogante del ragazzo di Amiens, che è camaleonticamente d’accordo con tutti, per risanarla.