di Alessandro Mancini Caterini

Un tempo il nemico del libero mercato era Karl Marx, per qualcun’altro invece John Maynard Keynes. Oggi è paradossale che la bestia nera del capitalismo sia proprio un settore interno all’economia capitalista, ovvero la finanza, la quale invece di servire l’economia reale sta diventando ormai un mondo a sé stante. Negli Stati Uniti si parla già di un conflitto irreversibile fra Main Street e Wall Street.  La Thatcher già negli anni ’80 aveva gradualmente deindustrializzato l’Inghilterra per favorire un’economia sempre più finanziarizzata, mentre l’élite finanziaria americana è più contenta di ricevere capitali cinesi e meno interessata a difendere le industrie del Midwest contro le sfide della globalizzazione. Eppure per molti anni i mercati finanziari hanno giocato un ruolo importantissimo nell’economia: hanno aiutato le aziende ad aumentare capitale e a diversificare l’accesso al credito, e hanno aiutato a rilanciare i consumi grazie al cosiddetto ‘wealth effect’ quando le borse erano in rialzo. Ma negli ultimi decenni le cose sono andate diversamente: la deregolamentazione cominciata negli anni ’80 ha permesso alla finanza di creare una dimensione virtuale di ricchezza separata da quella dell’economia reale, incentivando gli agenti finanziari a prediligere la speculazione. Tutto ciò porta ad una generale volatilità’ ed instabilità che mantiene l’economia globale in precario equilibrio, coi paesi succubi di movimenti di capitali ormai incontrollabili. Il debito è diventato in tutte le sue forme la palla al piede dell’economia: le classi medie si ritrovano con mutui insostenibili, mentre gli Stati (come nell’eurozona) si ritrovano in difficoltà nel rifinanziarsi non appena lo spread si rialza. Ma quali sono esattamente gli aspetti della finanziarizzazione che danneggiano Main Street? Procediamo con ordine:

 

  • La politica monetaria delle maggiori Banche Centrali ha ridotto i tassi d’interesse quasi a zero, favorendo qualsiasi tipo di strategia finanziaria e danneggiando invece i risparmiatori comuni. E mentre i mercati finanziari hanno goduto di liquidità quasi illimitata grazie al QE, in ambito fiscale (specialmente nella zona Euro), le politiche Keynesiane di piena occupazione sono state scoraggiate per appoggiare invece l’Austerità in modo da diminuire il debito pubblico. Ma nei paesi come il Regno Unito e gli USA (e anche l’ ‘austera’ Germania) il debito pubblico è aumento a dismisura non a causa di politiche stataliste, ma a causa dei colossali bail-out bancari sulle spalle dei taxpayers.

 

  • Il fenomeno dei buybacks, in cui le aziende quotate in borsa ricomprano le loro azioni, è un fenomeno che non sarebbe potuto accadere in proporzioni titaniche (si parla di un record di 133 miliardi di dollari nell’S&P 500 ad aprile) senza una politica monetaria delle banche centrali ormai disperatamente al servizio dei mercati finanziari. L’enorme liquidità in giro in gran parte è rimasta nel settore finanziario, senza scendere verso l’economia reale. Tutto ciò era già stato spiegato ampliamente da Keynes nella sua Teoria Generale: in tempo di crisi, se le attese non migliorano, la strategia degli agenti finanziari sarà solamente quella di avere liquidità sicura e a breve-termine, disdegnando quindi investimenti lungo-termine. Dunque aumentare la liquidità ex nihilo è inutile se le attese sono sempre le stesse e l’economia reale non dà cenni di miglioramento.

 

  • Il fenomeno del ‘debt/equity arbitrage’ con cui le aziende fanno profitto indebitandosi a tassi d’interesse bassissimi per poi ricomprarsi le azioni (come spiegato pocanzi) porta ad una minore concentrazione di risorse verso le obbligazioni, le quali quantomeno fanno parte di una strategia d’investimenti nell’economia reale. Come spiega il Financial Times ‘l’indebitamento viene usato sempre di più per i buybacks e per i dividendi, premiando gli azionisti ai danni dei possessori di obbligazioni’. Intanto il prezzo delle azioni si è inflazionato, i guadagni per azione sono aumentati a livelli mai visti prima mentre piani d’investimenti a lungo-termine vengono ignorati.

 

  • La maggiore disparità fra economia reale e finanza porta ad un circolo vizioso perché l’economia reale continua a soffrire, le borse, preoccupate, vanno in ribasso allora la Banca Centrale annuncia di rispondere con il QE portando a nuovi aumenti positivi nei mercati finanziari; ma così la disparità non fa che aumentare senza che la crescita economica riparta; le borse allora vanno di nuovo  in ribasso e la Banca Centrale deve rilanciare con un altro QE. Purtroppo l’eccessiva liquidità nel sistema porterà ad ulteriore volatilità danneggiando ulteriormente il sistema economico.

 

  • La mancanza di regolamentazione incoraggia banche ed istituzioni finanziarie a preferire strategie rischiose o speculative anziché prestiti che aiutano aziende nell’economia reale. Ad un certo punto, quando i nodi vengono al pettine, l’eccesso di rischi porta inevitabilmente alla bolla e dunque al credit crunch che impedisce alle aziende di ottenere liquidità.

Nel grandioso capitolo 12 della Teoria Generale Keynes spiega che non c’è nulla di più dannoso per una comunità che il ‘feticismo per la liquidità’. Lo scontro fra Main Street e Wall Street mostra per l’ennesima volta che i mercati abbandonati a se’ stessi sono mossi da meccanismi di nudo egoismo, di strategie di breve-termine, di panico e di euforia che spesso danneggiano l’economia reale.  Se la politica non è capace di indirizzare i mercati verso determinati obiettivi (come investimenti a lungo-termine), allora le banche centrali continueranno a trascinare con dei bazooka di liquidità un sistema finanziario che, basato su un castello di carte di debito, sembra avere una mole ormai cadaverica.