Ci sono epoche in cui la distopia è un genere letterario; altre, invece, in cui essa è la realtà medesima. Fra conflittualità diffusa e criminalità dilagante odierne, l’insicurezza si inerpica nel cuore di ciascuno e ne diventa il sentimento dominante fino al punto in cui il più volte smentito “stato di natura” di Hobbes, ove si consuma una guerra di tutti contro tutti, somiglia sempre più ad una profezia autorealizzantesi. I giornali pullulano di cronaca nera, entrata ormai nell’immaginario collettivo, la morte violenta è parafrasata in gossip, l’usufrutto mediatico lambisce disinvoltamente il macabro e i notiziari si affollano con tetre geremiadi e lacrime artificiali a testimonianza della sospettosa diffidenza che pervade sempre più le relazioni sociali. Dietro le quinte di questo cupo palcoscenico c’è una tessitura sociologica e psicologica sterminata, probabilmente non districabile fino all’ultimo. Tuttavia, ogni oceano di complessità lascia intravedere qualche ormeggio intelligibile, ed isolandolo singolarmente è possibile scoprire la sua relazione con l’insieme di cui partecipa oltre agli effetti sistemici che la sua introduzione comporta. Se il denaro è un approdo, esso non può certo essere considerato innocente.

Che la contemporaneità invasa dalla pratica monetaria registri simultaneamente una crescita significativa della criminalità non può e non dev’essere considerata una pura coincidenza, quanto il punto di partenza per scorgere una congiunzione in fondo non così occulta. È importante premettere che ‘criminalità’ è un contenitore semantico piuttosto generico che condurrebbe inevitabilmente alla commistione di atti profondamente diversi per natura e ragioni. Vi è, infatti, un versante della violenza che affonda le radici nell’inconscio, profondamente individuale, psicologistico e, in quanto tale, solo singolarmente indagabile; ve n’è un altro, però, che contrassegna un’epoca, che si manifesta sociologicamente e pretende un interesse analitico più ampio. Sulla scorta di questo secondo genere, nel suo Il denaro ‘Sterco del demonio’, Massimo Fini riporta una statistica sulla criminalità in Italia che confronta i decenni 1901-1910 e 1985-1984: nei due intervalli di tempo l’ammontare di violenze fini a se stesse, come omicidi colposi o deliberate percosse, rimane pressoché identico; i crimini a sfondo patrimoniale, al contrario, mostrano crescite inquietanti: il numero di truffe è aumentato di quattro volte, quello dei furti di sette e quello di rapine, estorsioni e sequestri di persona a fine di lucro addirittura di dieci volte.

Se la colpa di tutto ciò spettasse ad una spontanea maturazione di Lucifero, le prospettive del male radicale sarebbero decisamente ristrette. Ben più modestamente (o forse no), additabile come responsabile è primariamente il denaro ed il ruolo che esso assume come veicolo imprescindibile, in assenza del quale il riconoscimento sociale è semplicemente inesistente. Vi sono, infatti, delle caratteristiche intrinseche al denaro che stimolano e scatenano comportamenti inevitabilmente criminali: in primo luogo la sua catalizzazione del valore, indipendente da qualsivoglia giudizio ‘esterno’ personale o istituzionale, in secondo luogo la sua anonima esercitabilità, ovvero il potere che esso fornisce al suo detentore attraverso il semplice possesso, indifferentemente da qualsiasi metodo di ottenimento. Simili facoltà raccolte nel denaro, as-solute e assolte da qualsiasi genealogia, lo renderebbero il bene agevolmente appetibile per definizione; ben oltre la responsabile orientabilità dell’appetito, il suo accaparramento diviene necessario all’esistenza sociale, nonché alla vita stessa.

Secondo questa lettura, però, resterebbero esclusi dall’analisi tutti quei crimini condotti da individui abbienti, aventi, cioè, la vita e l’esistenza sociale già ampiamente garantite. Divengono, allora, complessivamente più esaustive le parole del sociologo e criminologo inglese Jock Young, secondo il quale “il crimine ha luogo laddove c’è inclusione culturale ed esclusione strutturale”. Lo studioso osserva, infatti, come nel Regno Unito non sia stata la prima generazione di immigrati afrocaraibici o asiatici, quella che davvero ha vissuto una deprivazione assoluta in termini materiali, a sfociare più frequentemente nella delinquenza, bensì la seconda, solo relativamente deprivata, ma abbastanza radicata da aver assimilato la cultura dominante. Solo così divengono comprensibili quei fenomeni caratterizzanti la contemporaneità e quasi sconosciuti alle ere passate quali sono i white collar crimes, ossia i crimini condotti dall’alta borghesia benestante. Questi non hanno per fine il raggiungimento dello status quo o, tantomeno, la sopravvivenza, ma la tensione alla visibilità della prominenza economica.

In questi termini scivola nell’insensatezza l’etichetta di uno standard di vita normale o uno sufficiente, perché la normalità e la sufficienza, come qualsiasi altro indicatore valoriale, sono puri prodotti culturali germogliati e sedimentati nelle pratiche collettive, dimentiche del loro ruolo originariamente generativo e aduse a considerare l’attualità del valore come un puro factum, “figlio della fortuna” e fuggevole al governo delle mani umane. Nessuno, allora, sarà moralmente recriminabile per aver desiderato troppo o per non aver ritenuto il proprio possesso abbastanza, perché avverbi simili appartengono ad un registro quantitativo lontano dall’esattezza matematica e partorito da un significato sociale integralmente contenuto nei pensieri diffusi, ormai spinti alla coincidenza con la realtà. Quando tutti i parametri determinatamente stabili crollano, è la morale stessa a crollare perché realmente influente solo quando coincidente con la norma prioritaria dell’interesse personale; ogni scelta rimane solo uno spasmo amorale, perché compiuto come una pura analisi-costi benefici che, nel più intransigente dei relativismi, è ingiustificabile ai volti altrui, troppo diversi per comprendere le ragioni dell’altro, troppo simili per non condividere il medesimo suolo. Ora l’ideale antropologico del liberismo si riversa nelle infinite ipostasi che sono divenuti gli uomini, facoltosi o indigenti, dannosi all’economia o alla socialità, ognuno di loro un lupo agli occhi del prossimo; uomini oblianti gli uomini, sempre solo oggetti strumentalizzabili e mai soggetti di cure; orfani di un Altro che è fratello o antagonista, complice o contendente secondo il suo capriccio. Ancora una volta, la struttura determina la sovrastruttura ed i colori del denaro dettano le forme dei nostri pensieri. E così prolifera il revival di religioni, astrologia, yoga ed oppiacei simili e, in fondo, altrimenti non potrebbe essere: quando si vive nella distopia è tanto più semplice e piacevole rifugiarsi in una favola.