Senza voti dovrebbe essere difficile vincere le competizioni elettorali. Anche privati di una vasta area politica di riferimento e in penuria sia di leadership che di idee non si va, peraltro, molto lontano. Ne sa qualcosa la destra. O più semplicemente quello che ne rimane dopo le alterne fortune elettorali che l’hanno contrassegnata durante il ventennio berlusconiano. Fortune eclissatesi perché ci si è preoccupati davvero poco di costruire una classe dirigente. La consistenza dei così detti “moderati”, o per meglio dire dei conservatori, è assai più ampia di quanto attualmente ci dicano i sondaggi: un paese a forte trazione cattolica, con una cultura restia ai cambiamenti può ripartire da una svolta inclusiva che tenga conto sia dei bisogni di una società vessata dalla recente crisi economica, sia di alcuni vizi antichi dello stato italico. Se è vero che i populisti contengono in minima parte un elettorato in Italia potenzialmente egemone – ma altrettanto poco incline all’aggregazione politica- tuttavia in anni recenti questo elettorato è diventato il partito degli astenuti. O, in buona parte, degli incazzati.

Auspicare un cambiamento dell’attuale sistema europeo è legittimo, ma al tempo stesso non deve essere la panacea di tutti i mali come il movimento di Matteo Salvini ha più volte lasciato sottintendere. Gli interessi corporativi col tempo hanno reso l’Italia una palude politica, con disfunzioni abissali tra il benessere collettivo di molti e i tornaconti personali di pochi. Questo è un principio di realtà evidente. E, tuttavia, l’Italia non può essere lasciata a destra come a sinistra nelle mani del liberismo sfrenato che accoglie quelle politiche che hanno ridotto i paesi del Sud Europa alla precarietà di oggi. La destra deve tornare alle lezioni conservative di Malthus, di Burke (specie in tema di netta scissione, ma con medesima autorevolezza tra legislativo ed esecutivo). Anche a quelle liberali di Croce. Perché cedere al nichilismo renziano vuol dire piegarsi ad una cultura politica incolore, priva di decisionismo sul lato delle politiche economiche, ma altrettanto pervicace nel tutelare i propri interessi attraverso una riforma elettorale (prima!) e una riforma costituzionale (dopo!) insensate: aver discusso e approvato l’Italicum prima del riassetto costituzionale è un po’ come andare dal sarto e ordinare un vestito senza specificarne la taglia e chi lo indosserà: l’importante è avere un vestito nuovo e subito. Un’insensatezza alla quale partecipa senza colpo ferire anche la minoranza Pd  la quale – un po’ come Tsipras- è brava a promettere sfracelli salvo poi adeguarsi alle volontà del capo di turno

E ancora… chi si è mangiato la famosa spending review? Perché solo qualche giorno fa nel Def in modo poco serio hanno tirato fuori il moltiplicatore della spesa pubblica? La sinistra non era forse diventata liberista? E soprattutto ora il Presidente del Consiglio pensa davvero di finanziare il “surfismo delle tasse” -pezzetto di qua pezzetto di là- scandendo cronoprogrammi? Ben venga abbattere il peso fiscale sugli immobili. La manovra probabilmente avrà un impatto più positivo di quanto non si pensi con tutti gli effetti indiretti da tenere in considerazione per un settore, quello dell’edilizia, che ha perso negli ultimi anni mezzo milione di posti di lavoro e  che prima della crisi contribuiva al 20% del Pil. Mi risparmio invece l’opportunità che poteva essere quella di riqualificare la spesa pubblica. Sul punto bisogna essere chiari: riqualificare la spesa pubblica non vuol dire banalmente tagliarla, ma riallocarla attraverso investimenti redditizi in capitale umano, infrastrutture, innovazione. Perché non si possono perpetuare gli sperperi che orbitano per esempio attorno alle Regioni – centri di potere che la sinistra attuale vuole in Senato come dopo lavoro- without representation, of course; come suggerito da Luciano Gallino, l’autoritarismo emergenziale di governi non soggetti o soggetti in minima parte al peso del voto ha segnato da vicino molti paesi europei negli ultimi tempi. Gli italiani per la verità già dagli albori della Seconda Repubblica hanno sperimentato “lo stato di eccezione”. E i cittadini hanno iniziato a contare sempre  meno

Il centro-destra su questi punti deve farsi vivo. Perché non ci vuole molto a cancellare questi “democratici” guidati da un Presidente del Consiglio che per la verità è stato eletto da un pugno di voti alle primarie. In tal senso, nessuno ha esplicitamente chiesto al popolo italiano di morire renziano. E’ comprensibile che il consenso sia intimamente legato al ciclo elettorale e alle annunciti – salvo poi sui temi macroeconomici accettare supinamente l’austerità. E’ comprensibile che la sinistra in Italia abbia storicamente maggiori difficoltà a produrlo questo consenso. Non lo si ottiene di certo utilizzando la propria forza politica come salvacondotto personale per sopravvivere all’azione giudiziaria di Mani Pulite. Non lo si ottiene con le svendite e le privatizzazioni poco oculate. E certamente non lo si ottiene con riforme della Costituzione come questa. Anche perché pare che troppo consenso non sia più strettamente necessario per la governabilità. A tutto questo è necessaria un’opposizione seria e credibile. Ne va della democrazia. Soprattutto in quelle fasi che precedono una deriva tecnocratica del suo assetto istituzionale