La questione se il ruolo di valuta di riserva mondiale che il dollaro ha ricoperto dalla fine della seconda guerra mondiale sia prossimo alla fine è sicuramente molto controversa. Sebbene le economie emergenti, come quella cinese, stiano acquisendo un’importanza sempre maggiore nel contesto dell’economia globale, è anche vero che il mondo risulta oggi più che mai dipendente dal dollaro. Uno studio intitolato Global Dollar Credit: Links to US monetary Policy and Leverage, pubblicato nel gennaio 2015 dalla Bank of International Settlements mostra come a partire dalla crisi finanziaria del 2007-2008 l’estensione, da parte degli Stati Uniti, di crediti denominati in dollari ad economie emergenti e non sia cresciuta in proporzioni mai viste prima. Dalla metà del 2014 il credito in dollari erogato ad aziende di tipo non finanziario, famiglie ed imprese straniere ha raggiunto la cifra di circa 8 trilioni di dollari; un ammontare di danaro, questo, molto superiore a quello del credito dello stesso tipo denominato in euro (2.5 trilioni di dollari) e yen (0.6 trilioni). Tale processo ha inoltre ricevuto una notevole spinta dal programma di acquisto di titoli del debito pubblico e privato da parte della Federal Reserve americana. Per quanto riguarda i paesi così detti emergenti, a partire dal 2009 la quota di crediti denominati in dollari ad essi erogati è passata da circa un terzo del totale alla metà. Se poi si sposta l’analisi su tre dei paesi del gruppo dei BRICS, ovvero Cina, Brasile e India, si noterà che la Cina risulta quello maggiormente indebitato, avendo acceso prestiti per un valore complessivo pari a più di 800 miliardi di dollari; al secondo posto si situa il Brasile, con 110 miliardi circa e all’ultimo l’India, con 90 miliardi.

Dato lo stato di considerevole indebitamento in valuta USA di Cina, Brasile e India  (molto migliori sono invece le condizioni della Russia), risulta evidente che per le economie di questi paesi non sarà affatto facile divincolarsi dall’abbraccio del dollaro, nonostante tentativi in tal senso siano stati fatti sin dal giugno del 2001, con la fondazione della Shanghai Cooperation Organization, un’organizzazione per la cooperazione non solo economica ma anche politica e militare, alla quale partecipano Cina, Russia, Kazakhstan, Kyrgyzstan, Tajikistan e Uzbekistan. Nel luglio del 2014, in seguito al rifiuto dei paesi più sviluppati di modificare il sistema di voto del Fondo Monetario Internazionale nel senso di dare più peso alle economie emergenti, i paesi BRICS fondano la Nuova Banca di Sviluppo (New Development Bank), con un capitale iniziale di 50 miliardi di dollari, che può aumentare fino a 100 miliardi. Ad essa è poi associato uno strumento finanziario chiamato Contingent Reserve Arrangement il cui scopo è fornire liquidità ai paesi membri che si trovino in situazioni di crisi, ricorrendo ad una dotazione di capitale pari a 100 miliardi di dollari.

Un’altra organizzazione di recente formazione creata al fine di spostare il centro di gravità dell’economia mondiale dall’emisfero occidentale ed in particolare dagli Stati Uniti (dove hanno sede Fondo monetario internazionale e Banca Mondiale) a quello orientale, ridimensionando al contempo il ruolo della Banca di Sviluppo Asiatico (Asian Development Bank), egemonizzata dal Giappone, è la Banca Asiatica d’Investimento per le infrastrutture (Asian Infrastructure Investment Bank). E’ stata fondata nell’ottobre del 2014 con un capitale iniziale di 100 miliardi di dollari ed ha sede a Pechino. Sebbene ai suoi inizi tale istituzione finanziaria abbia attratto sopratutto paesi asiatici, il suo peso negli ultimi due anni è cresciuto così tanto che anche molti paesi europei (tra cui l’Italia) hanno deciso di entrare a farne parte, nonostante la malcelata opposizione degli Stati Uniti, che sembrano aver cercato di arginarne l’espansione senza successo.

Veniamo infine agli ultimi atti di apparente ribellione all’egemonia incontrastata di cui il dollaro ha goduto fin ora. Nell’ottobre del 2014 Russia e Cina decidono di instaurare un currency swap tra il rublo russo e lo yuan cinese dell’ammontare di 25 miliardi di euro e della durata di tre anni, al fine di diminuire la loro dipendenza dal dollaro negli scambi commerciali mentre è di questi giorni la notizia che il Fondo Monetario Internazionale deciderà entro la fine di quest’anno se ammettere o meno lo yuan cinese tra le valute internazionali di riserva, che al momento includono il dollaro, lo yen, il pound britannico e l’euro. Sebbene il dollaro sia ancora la valuta mondiale di riferimento, nuovi attori stanno entrando in scena, i quali potrebbero sicuramente mettere a rischio la preminenza della valuta americana, specialmente se gli USA nel prossimo futuro non riusciranno ad uscire dal pantano di una crescita economica sostanzialmente asfittica e ben al di sotto delle loro potenzialità.
Fonti:

Robert N McCauley, Patrick McGuire and Vladyslav Sushko, ‘Global Dollar Credit: Links to US monetary Policy and Leverage’, BIS Working Papers 483 (2015), pag. 1, 8, 20

http://www.forbes.com/sites/kenrapoza/2015/04/03/washingtons-lobbying-efforts-against-chinas-world-bank-fail-as-italy-france-welcomed-aboard/

http://indiasnaps.com/brics-bank-to-be-headquartered-in-shanghai-india-to-hold-presidency/

http://www.thehindu.com/todays-paper/tp-national/china-invites-india-to-join-asian-infrastructure-investment-bank/article6161311.ece

http://rt.com/business/195556-russia-china-currency-swap/

https://agenda.weforum.org/2015/05/can-chinas-renminbi-become-a-new-international-reserve-currency/?utm_content=bufferdea90&utm_medium=social&utm_source=facebook.com&utm_campaign=buffer

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