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Le ricorrenze, quando evocano la parola crisi economica, non sono mai percepite come un fatto positivo. Di conseguenza si fa molta fatica a ricordarle. Ma esattamente dieci anni fa, tra l’agosto e il settembre 2007, iniziava la grande crisi finanziaria che non è stata ancora smaltita, dall’Italia in primis, nonostante gli ultimi dati sulla salute dell’economia nostrana, in particolare quelli riguardanti la produzione industriale, siano quanto meno incoraggianti. Sulla crisi finanziaria molto si è detto e il più è già stato scritto. Sulle cause, legate prevalentemente all’accumulo di debito privato e alla facilità di accesso ai mutui, non occorre ritornare. Piuttosto, bisognerebbe interrogarsi sul futuro affinché i nodi che sono venuti al pettine non abbiano a ripetersi. Difatti, l’esistenziale problema finanziario rimane insoluto. Se in questi anni l’unica risposta – congiunturale negli Stati Uniti, a scoppio ritardato nell’eurozona – è stata fornita dal potere monetario, non si può certo affermare di essere sulla strada giusta. La verità è che la crisi non ci ha affatto salvato, l’abbiamo semmai prolungata somministrando al paziente dosi di morfina sempre più potenti. Anche perché, nel frattempo, da parte di chi se ne dovrebbe realmente occupare (il G-20) è giunta una sola misura di carattere strutturale, ovvero “Basilea III”, finalizzata a migliorare la normativa bancaria. Basilea III, che entrerà in vigore soltanto quest’anno nonostante fosse stata prontamente approvata dai governi europei già nel 2010, prevede requisiti di capitalizzazione e di solidità delle banche superiori a quanto non lo fossero con Basilea I & II (con cui le banche hanno affrontato i momenti più acuti della recessione).

Lasciarne fallirne una per salvarne cento. Questa fu la strategia del governo statunitense, che scelse di lasciare la Lehman al suo destino, di fronte alla crisi dei mutui subprime.

Lasciarne fallire una per salvarne cento. Questa la strategia del governo statunitense, che scelse di abbandonare la Lehman al suo destino, salvando tutte le altre.

Per parafrasare un’intervista rilasciata di recente dall’ex Ministro dell’Economia e delle Finanze Giulio Tremonti, la situazione attuale presenta diverse similitudini con la grande depressione degli anni ’30, un periodo durante il quale, per dirla alla Churchill, è scoppiata una sola guerra mondiale con in mezzo un lungo armistizio. Ma se le cause sono state accennate e un ripensamento della globalizzazione dei mercati è ancora una carta coperta tra le mani del mazziere, occorrerebbe invece riflettere sul come si possano limitare i rischi di una leva finanziaria enormemente ampliatasi negli ultimi trent’anni. Anche se non viene esplicitato, i timori di Tremonti sugli eccessi del leasing bancario combaciano con quello che anni fa l’ex presidente della Federal Reserve americana, Alan Greenspan, aveva chiamato “il credito al consumo come surrogato del deficit di spesa”. Per ovviare a questo insidioso processo che intendeva garantire una certa coesione sociale, lo stesso Greenspan proponeva di ancorare nuovamente il potere della moneta ad un bene stabile, finito, reale, come l’oro.

Alan Greenspan, al centro della foto, quando ancora guidava la Federal Reserve.

Alan Greenspan, al centro della foto, quando era ancora a capo della Federal Reserve.

Eppure, il ritorno al sistema aureo invocato da Greenspan – di cui una variante si sta sperimentando in Europa attraverso l’euro – deve fare i conti con l’altro insormontabile problema macroeconomico sul versante dell’economia reale, ovvero la crisi della domanda interna. A questo proposito, alcuni rinomati economisti americani come l’ex Segretario al Tesoro Larry Summers e il premio Nobel per l’Economia Paul Krugman non hanno esitato ad avanzare l’ipotesi di una stagnazione secolare, ovvero l’ombra permanente sull’attività economica di sviluppi ciclici negativi e sempre più ampi, una crescita bassa rispetto al livello potenziale, la difficoltà per gran parte dei paesi sviluppati di raggiungere la piena occupazione e un crescente ristagno salariale. Una minaccia quest’ultima particolarmente sentita in Europa, dove a questi fattori si aggiungono tutte le contraddizioni portate con sé dall’euro, a partire dal fatto, inequivocabile, che la moneta europea, all’inizio progettata per togliere agli stati sovrani il potere di battere moneta, alla prova dei fatti è stata smentita sotto la presidenza di Mario Draghi e dal lancio del quantitative easing che indirettamente finanzia il debito dei governi sul mercato secondario, dove i titoli contratti sono già in essere. Proprio da questi recenti tentativi di inflazionare l’economia europea scaturisce l’inevitabile discordia con la controparte germanica. Non è un caso se la Corte Costituzionale tedesca, da portatrice dell’ortodossia finanziaria continua a mettere in discussione le regole che sottendono al quantitative easing e alla politica monetaria espansiva della Banca Centrale Europea.

Money for nothing, denaro a costo zero, è stato lo slogan delle maggiori banche centrali nell’ultimo decennio. 

Ai più non sono ancora chiare le ragioni del suddetto ristagno secolare, ma le terapie adottate per risvegliare la crescita, l’occupazione e la stabilità finanziaria non bastano. Se si eccettua la flebile risposta insita nelle nuove regole bancarie, poco o nulla è stato fatto e pensato a livello internazionale in tema di regole sulla finanza. E se è pur vero che l’affidamento ai mercati ha permesso agli stati di fondare la loro “nuova” esistenza sul debito, è necessario che il mondo occidentale si attrezzi prima che ci pensino i cinesi o le altre economie asiatiche in rapida ascesa. Le banche centrali come nel mito di Atlante possono reggere il cielo e tutti gli eccessi dei quali molti stati, in particolare quelli europei, tra cui l’Italia, non vogliono privarsi. Ma questa favola potrebbe molto presto interrompersi se, come sembra, dovesse esserci una divergenza tra la BCE, che vuole proseguire con la politica dei tassi bassi, e le manovre della Federal Reserve che con la nuova amministrazione targata Trump è pronta a “raffreddare” l’economia americana e ad aumentare i tassi di interesse. Quando ciò accadrà le illusioni generate dalla finanza e dalla continua liquidità verranno meno. Tutto ha un termine, e le scadenze in un capitalismo finanziario (non riformato) si chiamano rimborsi, dove a dettare legge è la controparte più forte.