Ce li porteremo dietro ancora parecchio tempo gli strascichi dello scandalo bancario di fine 2015, quello delle famose banche popolari: Banca Etruria, Banca Marche, CariChieti, CariFerrara, Popolare di Vicenza e Veneto Banca, per citare le più note, crollate a picco tra scandali e truffe. Trasformazioni in S.p.A., “bail- in”, fusioni e chi più ne ha più ne metta. Tanti sono stati i metodi e i tentativi di risollevarle, di rimetterle in piedi, come sempre accade con i soldi dei contribuenti. Tra tutti i comportamenti fraudolenti tenuti da queste banche, sicuramente i più insulsi e quelli che creano più rabbia sono la vendita di titoli ad altissimo rischio e a basso rendimento proposti come titoli sicuri, distruggendo anni e anni di risparmi di gente comune. E dire che fino al 1993 queste cose non potevano succedere; a nessun detentore di mutui in una banca o risparmiatore potevano venire offerti titoli del genere. Questo non perché prima del 1993 i dipendenti bancari fossero tutti onesti, giammai, bensì perché le leggi bancarie erano totalmente diverse.

Fu forse una delle poche cose interessanti fatte dal Fascismo Italiano, nella persona di Donato Menichella, presidente dell’IRI, che dopo la fine del fascismo fu nominato governatore della Banca d’Italia. La riforma prese il suo nome: “Riforma Menichella” del 1936, imperniata sulla netta separazione tra Banca d’Investimento e Banca di Credito (“Ring Fencing” in linguaggio bancario) e, soprattutto, sulla partecipazione statale all’interno del credito. Negli anni del Fascismo c’era sicuramente un’altra idea di stato; il controllo pubblico doveva arrivare ovunque e, in parte, la legge fu fatta perché il risparmio privato era visto come un interesse pubblico e poi si era reduci dalla crisi causata dal settore privato, culminata nel martedì nero di Wall Street del 1929. Le banche erano soggette al diritto pubblico e non potevano fare credito al settore industriale o detenere partecipazioni presso aziende e questo fu importantissimo negli anni del miracolo italiano del primo dopoguerra. Questa norma venne dopo il Glass-Steagal Act, approvato negli Stati Uniti dal presidente Roosvelt tre anni prima, nel 1933, per scongiurare nuovamente una crisi di liquidità delle banche. Si voleva evitare che una crisi nata nel mercato finanziario come quella del ‘29 si trasferisse al mercato reale, attraverso l’assenza di liquidità. E questo infatti accadde! Per quasi settant’anni questa legge ha garantito stabilità al settore bancario.

La nuova deregolamentazione del mercato del credito e di quello finanziario ricominciò negli anni Ottanta, il periodo delle crisi inflattive e dell’affermazione del neoliberismo “thatcheriano” e della “Reaganomics”, fino all’abrogazione del Glass-Steagal Act, avvenuta nel 1999 a cura di Bill Clinton, la cui moglie si candida oggi come Presidente degli Stati Uniti. L’Italia in questa campo è stata precursore: già nel 1993 aveva smantellato la legge ad opera del primo Governo di banchieri (Ciampi e colleghi). Proviamo adesso a pensare se questa norma fosse ancora in vigore: avremmo potuto evitare la crisi bancaria del 2008? E quella tutta italiana di fine 2015? Beh, con certezza non possiamo saperlo; alcune delle banche andate in crisi nel 2008 erano banche d’affari (Goldman Sachs, Lehman Brothers).

Tuttavia, la crisi sarebbe stata molto attenuata. Tutte le banche avevano in pancia miliardi e miliardi di titoli tossici, derivanti dalla continua speculazione sul mercato finanziario e, se la divisione fosse stata ancora presente, la crisi sarebbe in parte stata circoscritta al mercato finanziario e non si sarebbe trasferita al mercato reale. Diversa è la situazione della crisi bancaria italiana, che probabilmente sarebbe accaduta comunque, visti i debiti che queste banche si portavano dietro da anni, verosimilmente a causa della forte crisi del 2008. Certo è che, se la legge fosse ancora in vigore, i comportamenti più fraudolenti, cioè la vendita di questi titoli tossici, non sarebbe stata possibile. Tirando le somme, la deregolamentazione spinta del settore bancario non ha portato i risultati sperati dai cari amici liberisti. Forse dovrebbero ammettere il loro errore e si dovrebbe ripensare il sistema bancario; una netta separazione tra le banche che speculano sul mercato finanziario e quelle che fanno credito ai cittadini e alle imprese è necessaria. Fa specie anche l’esempio MPS, la prima banca al mondo spolpata da azioni fraudolente e titoli tossici in pancia. Occorre tornare a vedere il risparmio privato dei cittadini italiani come un asset fondamentale dello stato, regolamentare il settore e ristrutturare quella che è la funzione della Cassa Depositi e Prestiti, nell’interesse dell’Italia e degli Italiani.