di Ivan Giovi 

Chi non ha mai sentito o letto almeno una volta che “il debito italiano è troppo alto”, oppure che “il debito italiano è insostenibile, frena la crescita”, frasi che non si possono non sentire quando si guarda un qualsiasi talk show su un qualsiasi canale. Il debito, questo macigno incombente che come un cacciatore si muove verso la sua preda, la povera Italia sprecona che non ha saputo fare le riforme, che ha vissuto sopra le proprie possibilità. Quante volte ci è toccato sentire queste sprezzanti e autolesioniste lamentele? Sì, perché il rivoltante auto-razzismo raggiunge il suo apice coronando il cerchio con la discussione sul debito pubblico. Tutto questo circondato da voci unanimi di consenso dal mondo politico istituzionale, soprattutto Europeo (Tedesco), dove l’Italia, ininfluente componente dei PIIGS, ha sempre subito le prepotenze ipocrite dei paesi del nord.

Ma quanto c’è di vero in tutto questo? Queste affermazioni riguardano la realtà? Partiamo da una premessa che permetterà di capire quanto queste argomentazioni siano prive di significato, guardando questo grafico:

debt

Il primary surplus è definito come l’avanzo primario dello stato italiano, ovvero la differenza netta tra la spesa pubblica e l’entrate dello stato (la tassazione). I dati e il grafico arrivano direttamente dal Ministero dell’Economia e delle Finanze che utilizza dati della Commissione Europea, dove si trova scritto chiaramente che “l’avanzo primario delle finanze pubbliche italiane è uno dei più alti nel mondo, e il più stabile tra gli stati della comunità europea da 23 anni”. Questo significa che da più di vent’anni lo stato Italiano incassa di più di quello che spende, quindi le fatidiche riforme lo stato italiano le ha già fatte da parecchio tempo, preparando l’ingresso nella moneta unica.

spending

Ed a dir la verità non spende nemmeno troppo. Come si può vedere dai dati presi da europa.eu, la spesa pubblica italiana è in linea con quella che è la media dei paesi europei. Ma allora perché continuano a tempestarci con questo debito pubblico, con i tagli alla spesa, e via discorrendo? La risposa è molto semplice. Come si possono far passare delle riforme che stravolgono in peggio la vita delle persone se non trovando un nemico comune da combattere in nome delle “riforme”, sacrificando un po’ dei nostri diritti in nome di un fine più alto, ovvero la sconfitta del debito che ci distrugge, che frena la nostra crescita. Posto che in nessuna delle formule economiche di breve, medio o lungo periodo entra negativamente una variabile chiamata “debito pubblico” (6), la fantomatica tesi che il debito frena la crescita è pura fantasia, con buona pace dei Giapponesi che con il loro 246% di rapporto debito/PIL sono cresciuti del 1,7% l’anno passato superando anche le previsioni con una disoccupazione ai minimi storici attorno al 3% (statistiche che noi ci sogniamo). Questo perché l’unico problema del debito di uno stato è l’essere o non essere garantito, cioè se è presente una banca centrale che può garantire di ripagare il debito, come succede per USA, Giappone, Cina. Cosa di cui l’Italia si è privata aderendo all’euro. La moneta unica, diretta emanazione della Comunità Europea, fondamento su cui ogni progressista deve giurare, ci ha si permesso di indebitarci ad un tasso di interesse bassissimo, godendo della stabilità della BCE che dichiarava di voler tenere stabili i prezzi, ma questo ci ha privato di uno dei due strumenti essenziali di politica economica, la politica monetaria.

Invece secondo la logica liberista, l’Italia sarebbe, nella tragica e politicamente insostenibile condizione di dover continuamente aumentare anno per anno le imposte, riducendo i servizi, per poter arrivare al fantomatico “pareggio di bilancio”, tanto agognato dai liberisti, così ricercato dai sostenitori del welfare state alla Tedesca, inserito addirittura nella Costituzione Repubblicana. una follia. Questo però non basta, il debito pubblico italiano continua a crescere perché oltre alle spese che lo Stato effettua per erogare i servizi vanno aggiunte quelle che volgarmente vengono chiamate “spese per interessi”, cioè gli oneri finanziari da corrispondere annualmente sul debito pregresso. Le entrate fiscali non bastano a coprire la somma di queste due grandezze. Ma se lo stato italiano non riesce a far fronte a a queste spese con le entrate fiscali, come le paga? Ed è qui -il grande Bardo direbbe- che c’è l’intoppo. Beh ovvio, emettendo nuovo debito. Esattamente, avete capito bene, si tratta di un circolo vizioso, dove se non si riesce a ripagare la quota annuale di interessi, si dovrà fare nuovo debito, a cui dovranno corrispondere nuovi interessi, e così via.

Come può la nostra nazione uscire del pasticcio in cui ci troviamo? Immaginando il debito come un problema per mantenerlo stabile avremmo bisogno per lo meno di crescita economica, come mostrano le più elementari formule di macroeconomia di base (6). Ma in una crisi di domanda misure come il Jobs Act, che vanno ad impattare chiaramente sul lato dell’offerta sono inutili se non dannose, come mostrano i dati dell’ISTAT. Quindi udite udite, in sfregio a tutto quello che dicono i liberisti avremmo bisogno di aumentare la quantità di spesa pubblica, per sostenere la domanda! Cosa che, se non può essere finanziata con l’emissione di nuova moneta, dovrà essere finanziata con nuovo debito, ed il circolo vizioso ricomincia. Perché curare il debito pubblico con misure di austerità trasforma una situazione fisiologica in una situazione patologica.