“L’autentica umanità, che invita a una nuova sintesi, sembra abitare in mezzo alla civiltà tecnologica, quasi impercettibilmente, come la nebbia che filtra sotto una porta chiusa. Sarà una promessa permanente nonostante tutto, che sboccia come un’ostinata resistenza di ciò che è autentico?” (Papa Francesco, Laudato Si’)

Arduo e ardito è il tentativo di condensare nelle righe che seguono una riflessione sugli spunti socio-economici della Laudato Si’ di Papa Francesco. L’Enciclica deve aver deluso chi, da diversi palcoscenici mediatici, attendeva, gongolante, o paventava, sarcastico, una lettera green dal prevedibile sapore eco-bio altermondialista. Smarcandosi da facili ed infelici categorizzazioni, l’Enciclica è percorsa da due insistenti e decisivi leitmotif: il richiamo al senso del limite e la convinzione che tutto ciò che accade nell’esperienza umana sia intimamente connesso. Difatti, il cuore della Laudato Si’, anche nella sua stessa struttura, non è la questione ambientale tout court, che pure è lungamente affrontata, bensì il degrado spirituale e morale che affligge l’umanità postmoderna. L’inquinamento, la riduzione della biodiversità e via dicendo sono “sintomi” di una crisi che è antropologica, prima ancora che ambientale. Scrive il Papa: “A nulla ci servirà descrivere i sintomi, se non riconosciamo la radice umana della crisi ecologica”. Rifacendosi a Benedetto XVI, Francesco ricorda come la moltiplicazione dei “deserti esteriori” sia legata a quella dei “deserti interiori”. E nulla appare più desertificante di quello che il Papa riconosce come paradigma dominante, la tecnocrazia che con il suo approccio deviante e deviato “contraddice la realtà fino al punto di rovinarla”. Approccio che risulta particolarmente funesto se assunto quale fondamento della teoria e della prassi economica.

È il paradigma tecnocratico che, portando il soggetto agente a vedere nell’oggetto esterno una materia informe infinitamente manipolabile, si traduce in un infausto oblio del reale. Secondo il Papa, è tale oblio ad alimentare “l’idea di una crescita infinita o illimitata che ha tanto entusiasmato gli economisti, i teorici della finanza e della tecnologia”. E quando la suddetta idea viene smentita dalla realtà dei fatti, sono la realtà e i suoi fatti a doversi piegare all’idea stessa. Che cos’è il consumismo, questo “riflesso soggettivo del paradigma tecno-economico”, se non il modello prescelto per plasmare la realtà secondo l’idea della crescita perenne? E cos’è l’efficientismo, con la sua ossessione per la produttività, se non la strategia atta ad orientare tutte le risorse disponibili, incluso il lavoro umano, al compimento della medesima idea? Forse, nel monito papale sulla manipolazione della vita si può leggere un silenzioso ed implicito richiamo a quella che è l’estrema conseguenza del “paradigma efficientista della tecnocrazia”, ovvero il transumanesimo: l’aspirazione al superamento di ogni limite biologico, inter alia la morte, per il raggiungimento della massima resa produttiva. “Noi non siamo Dio” è l’anatema che il Papa pone contro quell’antropocentrismo che, tra le altre cose, è alla radice del dominio (“dominio nel senso estremo della parola”) della ragione tecnica e delle sue nefaste applicazioni socio-economiche. È un paradigma autoreferenziale quello tecno-economico giacché propone di curare un male con la sua stessa causa: “In alcuni circoli si sostiene che l’economia attuale e la tecnologia risolveranno tutti i problemi ambientali, allo stesso modo in cui si afferma che i problemi della fame e della miseria del mondo si risolveranno semplicemente con la crescita del mercato […] ma conviene evitare una concezione magica del mercato, che tende a pensare che i problemi si risolvano solo con la crescita dei profitti delle imprese o degli individui”. Tuttavia, prima ancora che una critica a quelli che il gergo economico chiama market failures, i fallimenti del mercato, quella del Papa è un’analisi lucida degli human failures, delle miserie spirituali e morali dell’uomo postmoderno. Dal momento che “tutto è connesso”, Francesco sottolinea come non possa esistere una vera ecologia, un reale ripensamento dell’agire economico,  senza un’adeguata antropologia. Ecco perché chi difende l’integrità dell’ambiente, criticando l’attuale sistema economico, ma non applica i medesimi principi alla vita e alle relazioni umane cade in un’ipocrisia retorica. In altre parole, non ha senso mangiare bio e legittimare l’aborto, fare la differenziata e perorare l’eutanasia, demonizzare l’ordine liberale in campo economico e promuovere, allo stesso tempo, il libertinaggio dei costumi: tout se tient, come si direbbe Oltralpe, “tutto è in relazione”, come scrive il Papa.

Presentare la Laudato Si’ come l’ultimo prodotto di un certo catastrofismo ambientalista è riduzionistico, se non intellettualmente disonesto; così come lo è presentarla quale ultimo manifesto benpensante da radical chic del finesettimana. L’Enciclica abbraccia una prospettiva ben più ampia. La preoccupazione per lo scioglimento dei ghiacciai, la nota critica sul salvataggio delle banche e sulla divinizzazione del mercato, lo scetticismo nei confronti delle sorti magnifiche e progressiste garantite dalla crescita economica: sono tutte questioni che, in ultima analisi, interrogano la libertà di un uomo ripiegato su se stesso, soggiogato dal suo stesso sapere, vittima della sua megalomania. Ma, ricorda il Papa, “non tutto è perduto”. L’antidoto al paradigma tecnocratico ed efficientista esiste, ed è un sano richiamo ad apprezzare la genuinità del reale: il suo nome è Bellezza.