Uber, Airbnb, Blablacar. Chi più ne ha più ne metta. Sono solo tre tra i più conosciuti nomi della rampante sharing economy, la cosiddetta economia della condivisione, che ha spalancato innumerevoli opportunità di business grazie alla disintermediazione permessa dal Web. Tutto può essere condiviso a fine di lucro: dal classico appartamento all’automobile, dalla bici alla cucina. Tremano i vecchi operatori che si vedono già sommersi dalla marea di un’economia flessibile, fluida, peer-to-peer: tassista che lasci, Uber driver che trovi. Per dirla alla Schumpeter, questa è la prorompente potenza distruttiva e allo stesso tempo creativa del capitalismo. Per un’attività che muore, un’altra ne fiorisce. E ne soffrono i cuori inguaribilmente conservatori. Ma anche stavolta i morituri, luddisti del nostro tempo, son pronti a vender cara la pelle. Difatti, gli operatori tradizionali non hanno tardato ad innalzare barricate di fronte all’aggressiva concorrenza dei nuovi disruptors. Sono note, ad esempio, le veementi proteste dei tassisti di mezza Europa, in particolare di Parigi, contro UberPop, l’app della californiana Uber che consente di dare passaggi in auto in cambio di un rimborso, già messa al bando in Italia, Germania, Francia e Belgio. Protestano, di conseguenza, anche gli entusiasti della condivisione a pagamento che vedono in Uber l’occasione per porre fine al monopolio delle licenze tassinare nonché ad una delle corporazioni odiosamente più dure a morire. In fondo, si ripete, a beneficiarne sarebbero non solo i consumatori ma la società tutta giacché la libera concorrenza è il pungolo dell’innovazione.

Stesso discorso per Airbnb, la piattaforma online che consente di affittare camere o appartementi a prezzi più abbordabili rispetto ai listini degli alberghi tradizionali. Perché scegliere l’hotel quando si può risparmiare optando per proprietà altrui che resterebbero, altrimenti, oziosamente sottoutilizzate? Che la domanda sia retorica lo dimostrano le cifre pazzesche vantate da Airbnb che, col suo milione e mezzo di camere, si pone de facto come il più grande albergo del mondo. Un’espansione che fa gioire viaggiatori seriali e occasionali ma che ha suscitato diversi interrogativi. Ad esempio, il New York Times, in un articolo intitolato “Il Lato Oscuro della Sharing Economy”, ha evidenziato le potenziali conseguenze di Airbnb sul mercato immobiliare della Grande Mela dove l’impennata di affitti turistici a breve termine rischia di restringere l’offerta per i residenti locali con conseguente rialzo dei prezzi.

Di per sé il modello di business alla base della sharing economy non è strettamente innovativo. D’altronde, il caro vecchio bed&breakfast può essere a ragione considerato un antecedente di Airbnb. La differenza sta nei numeri e nella capillarità del servizio permessi dalla disintermediazione digitale che ha fatto emergere una serie di transazioni un tempo semplicemente inimmaginabili. Ad esempio, se sono in ritardo ad un appuntamento, posso sapere tramite una comoda app se uno sconosciuto che che passa per la via è disposto a darmi un passaggio, mentre un’altra può dirmi se qualcuno sulla superficie del globo desidera occupare il mio appartamento quando parto in vacanza. Tutto bello, tutto così a portata di consumatore, così social, così unificante in un mondo caotico e dispersivo. Ma, visto che a tutto sottende una transazione monetaria, dov’è la condivisione? Ha ragione Mingardi, nota voce di quel bastione liberale che è l’istituto Bruno Leoni, quando afferma che  sharing economy è un’espressione fuorviante giacché rimanda ad un’idea del dono estranea a Uber e ai suoi simili che non sono affatto organizzazioni no-profit. Al contrario, sono attori di mercato che, dietro un compenso più o meno modesto, facilitano l’incontro tra domanda e offerta rendendo produttive e lucrative proprietà altrimenti sottoutilizzate. È la sharing economy che permette di trasformare in capitale l’automobile e lo scooter, monetizzando sugli spostamenti quotidiani che assumono, tutto d’un tratto, un che di interessante. Probabilmente è come dice Mingardi: sarà la condivisione a renderci tutti capitalisti.

Riferimenti:

http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=15303

http://www.ilfoglio.it/esteri/2015/05/13/adattarsi-a-una-nuova-domanda-perche-catene-di-alberghi-fanno-il-tifo-per-airbnb___1-v-128723-rubriche_c117.htm

http://www.nytimes.com/2014/05/01/opinion/the-dark-side-of-the-sharing-economy.html?_r=0