Lo scioglimento dei ghiacciai non è l’unica conseguenza del riscaldamento globale. Oggi più che mai, l’attività umana ha un impatto fortissimo sulle condizioni climatiche del pianeta, e ci aspettano dei drastici cambiamenti per quanto riguarda molte delle nostre abitudini quotidiane, a cominciare da quelle alimentari. Gran parte dell’umanità basa la propria alimentazione quotidiana su tre cereali: grano, riso e granoturco. Nella classifica di produzione annua, il mais si colloca al primo posto a livello globale, anche se va precisato che sono molto diffusi impieghi diversi da quello di alimento per l’uomo (dal nutrimento per gli animali alla produzione di energia); lo seguono per l’appunto il riso e il frumento, che comprende il grano duro, il grano tenero, il farro e altre varietà. Dalla semola di grano duro si ottiene la pasta che noi italiani amiamo tanto. Dal grano tenero si ricavano invece la varie farine, più o meno raffinate, che impieghiamo quotidianamente preparando pane, pizza e dolci.

Sia il mais che il riso stanno risentendo molto negativamente del cambiamento del clima. Il grano soffre l’innalzamento delle temperature ancor più degli altri due: è un cereale particolarmente vulnerabile a questi mutamenti, dato che la sua coltivazione richiede condizioni ambientali ben precise. Il grano duro, per esempio, ha bisogno di piogge contenute. Per contro, i fenomeni atmosferici stanno diventando sempre più estremi e imprevedibili, comportando preoccupanti difficoltà per i coltivatori. Lo Stato americano del North Dakota, dove tradizionalmente c’erano condizioni molto favorevoli per la crescita del grano duro, ha visto la sua parte orientale divenire progressivamente troppo umida. I fattori ambientali adeguati si sono spostati sempre più verso Ovest. Chi 15 anni fa aveva investito nella realizzazione di impianti produttivi nell’Est si trova ora gravato da costi logistici insostenibili, e operazioni che sembravano lungimiranti finiscono col rivelarsi un boomerang. Le previsioni non sono certo più rosee per l’Europa, dove si coltiva il 75 % del grano mondiale. Nei prossimi anni, a causa del clima sempre più caldo, si stima per l’Italia una perdita di raccolto tra il 5 e il 15 %, mentre in Spagna e Portogallo la forbice va dal 15 al 25 %. A livello globale, per il 2050 si pronostica un calo della resa compreso tra il 23 e il 27 %. Si consideri, in parallelo, che entro il 2050 ad abitare la Terra saranno 9 miliardi di persone.

I principali centri di ricerca che si occupano di colture e tecnologie agrarie esprimono grande preoccupazione: i progressi della genetica non sono sufficienti per fornire un aiuto decisivo alla soluzione del problema, e per molti coltivatori si profilano difficoltà insormontabili.

Il grano duro è un frumento delicato e richiede di per sé una particolare attenzione nella coltivazione. Esiste dunque un margine di rischio, e solitamente gli agricoltori chiedono ai loro acquirenti un prezzo sufficiente a garantirsi da un raccolto negativo. Ora che lo stravolgimento del clima ha reso ancor più arduo crescere questa varietà, le grandi compagnie che comprano il cereale tendono a pagare agli agricoltori una somma nettamente inferiore, così da conservare il loro profitto. La conseguenza è che coltivare il grano duro è sempre meno conveniente, ed è probabile che molti smetteranno presto di farlo.

Qualcuno propone di inseguire le condizioni climatiche più favorevoli lì dove queste si trovano. Potrebbe sembrare ovvio: se una determinata zona è divenuta eccessivamente calda, perché non spostarsi a coltivare altrove? Chi sostiene questo dimentica che molte persone nel mondo vivono di quel che raccolgono dalla terra. Ciò significa che il luogo in cui coltivano è anche quello in cui vivono. E’ assurdo pensare che possano spostarsi a seconda di dove ci siano, di anno in anno, i fattori climatici migliori.

 

Siamo dunque di fronte ad un bivio. Possiamo scegliere di impostare la nostra agricoltura su valori diversi, rispettando l’ambiente e investendo in un futuro sostenibile che tuteli la biodiversità. Oppure l’umanità può continuare sulla strada dell’inquinamento e dei combustibili fossili, delle monocolture intensive e degli sprechi alimentari. In tal caso, mangiare un buon piatto di pasta potrebbe diventare molto costoso.