In una recente intervista al Corriere della Sera, Otmar Issing, ex membro del direttivo della BCE, fa una considerazione davvero interessante che lascia pochi margini di dubbio su quello che il governo greco di Tzipras doveva mettere in moto: avviare la fuoriuscita dalla moneta unica. Sappiamo che in queste ultime settimane post-referendum greco è successo davvero di tutto a cominciare dalle dimissioni del Ministro delle Finanze Varoufakis che nella partita tra debitori e creditori non aveva alcuna intenzione di perdere. E infatti a perdere è stato Tzipras che si è inspiegabilmente fermato prima della fine dei negoziati, legandosi mani e piedi alla Troika (chiamiamola con il suo vero nome) e sottoscrivendo un accordo punitivo. Questa arrendevolezza certifica, se ancora ve ne fosse bisogno, che una volta assaggiato il potere difficilmente si prendono le distanze da esso, come difficilmente si prendono grossi rischi, anche se quei rischi sono necessari: infatti, nell’attuale situazione storico-politica dell’Unione Europea, non si può pensare di utilizzare , come dice l’ex premier Monti, la prudenza. Anche perché di troppa prudenza, un po’ come di troppa austerità, si muore. E i Greci infatti, nel così detto gioco del pollo, sono stati sconfitti perché si sono fermati prima dei tedeschi, preservando forse il loro potere e quello del Primo Ministro Tzipras, e togliendosi dai piedi chi questo gioco lo voleva portare fino in fondo, ovvero Varoufakis.

L’ex capo-economista della BCE confessa anche – e lo fa come uomo che ha vissuto quell’esperienza dall’interno- che l’euro non è stata una buona idea perché di fatto ha inasprito le divisioni tra i paesi europei, lasciandoci a 13 anni dalla sua entrata in vigore un patrimonio magro, deflattivo, nel quale le cifre reali sul numero di disoccupati sono molto più alte di quelle rilasciate dai dati ufficiali.  Le divisioni europee sono determinate da un’asimmetria economica di fondo giacché i paesi del Nord non hanno alcuna intenzione di inflazionare le loro economie, mantenendo, come fanno la Germania o l’Olanda da 7 anni, un surplus delle partite correnti dal quale traggono beneficio le loro esportazioni.  Benefici che -precisiamo- paesi come la Germania altrimenti non avrebbero al di fuori della moneta unica: all’accumulo di avanzi, infatti, dovrebbe seguire sempre una rivalutazione della moneta… peccato che la Germania ha adottato l’euro. In secondo luogo più le esportazioni si espandono al di fuori del commercio intra-europeo, più queste fanno sì che i costi medi si abbassino e quindi non da ultimo anche i prezzi. Risultato: deflazione.

Non sono poi da sottovalutare due aspetti dei quali si sta parlando poco ultimamente: la bolla cinese  da una parte e la ripresa americana dall’altra. L’Europa infatti è stretta nella morsa da un punto di vista economico tra queste due super-potenze. Se è vero che Pechino, assieme ad altri paesi in via di sviluppo, ha scoperto di non poter più sostenere  la poderosa crescita degli ultimi anni, è anche vero che la forte partecipazione statale nell’economia cinese sta limitando i danni del crollo della borsa di Shanghai, danni determinati da una bolla speculativa abbastanza prevedibile visto il boom dei prezzi azionari nel corso dell’ultimo anno. Per attutire l’impatto è stata presa la decisione di abbassare i tassi d’interesse. Ma prima o poi, qualcuno nel mondo dovrà decidersi a rialzarli, questi benedetti tassi. E questo qualcuno, considerata la ripresa, potrebbe essere la Federal Reserve. In questo caso la prudenza non è mai troppa. Infatti, dopo la lunga recessione, è difficile prevedere cosa accadrebbe se il rialzo avvenisse con troppo anticipo. E l’Europa deve sperare che questo rialzo sul dollaro avvenga il più tardi possibile onde evitare un’immensa fuga di capitali verso Wall Street.

Per salvare l’Unione Europea va ripensato il modello di moneta unica che riprende molti dei difetti del Gold Standard. Inoltre, vanno radicalmente cambiate le politiche economiche implementando investimenti che in teoria verrebbero favoriti proprio dalla congiuntura attuale, dove i tassi d’interesse sono al minimo storico. Infatti, pensare che una politica monetaria espansiva e una politica fiscale completamente restrittiva siano l’equazione ideale per ottenere crescita e benessere economico è frutto di una precisa ideologia. Non da ultimo bisogna capire cosa accadrà alle altre grandi economie, perché molto dipenderà dalla forza del mercato statunitense e dai contraccolpi cinesi. Se l’inerzia europea dovesse continuare, come pare accadrà, e allo stesso tempo si muovessero nuovamente gli strumenti di policy nelle altre economie, allora l’Europa sarà davvero in una morsa tra il dragone malato e la ripresa a stelle e strisce. Non saranno più gli europei a guardare dentro l’abisso che hanno creato più o meno per delegazione favorendo l’Euro-zona. Sarà l’abisso a guardare gli europei a suon di rivalutazioni da una parte e di svalutazioni dall’altra. Non si va troppo lontano nel affermare che una sincronia tra un rialzo dei tassi negli Stati Uniti e una possibile svalutazione dello yuan comporterebbe la fine dell’attuale sistema monetario internazionale. Risultato? Deflazione, deflazione e ancora deflazione.