di Gianmaria Vianova

Germania, anno 1948. Sorge la necessità di istituire una banca pubblica adibita all’amministrazione dei fondi derivanti dal Piano Marshall. Nasce così la Kreditanstalt fuer Wiederaufbau, per gli amici KFW. Tale banca è attualmente ancora attiva e, naturalmente, oggi si occupa d’altro. Dal financial report del 2014 (il più recente, ndr) si apprende che “KFW si dedica al miglioramento delle condizioni di vita economiche, sociali e ambientali, in conformità con il suo mandato da parte del Governo Federale Tedesco e degli stati tedeschi”. No, non è la Bundesbank, banca centrale tedesca, bensì una sorta di sua gemella. L’80% del suo capitale appartiene, infatti, al governo tedesco, il restante 20% ai lander: non si vedono tracce di privatizzazioni. A sottolineare la connotazione governativa, basti pensare che il chairman del consiglio di vigilanza è un certo Wolfgang Schauble, ministro delle finanze tedesco: la KFW è soggetta alla supervisione legale di tale ministero. Nonostante non se ne senta parlare molto, la suddetta banca ha apportato un volume promozionale di 74,1 mld nel solo 2014. Concretamente, significa che ha immesso nell’economia reale un’ingente somma di finanziamenti, principalmente a vantaggio della Germania. Con 489,1 mld complessivi di assets, la raccolta delle risorse avviene attraverso il mercato internazionale dei capitali. Potendo vantare un rating AA grazie alla diretta garanzia del governo federale tedesco, l’approvvigionamento è caratterizzato da esigui interessi: al netto della gestione caratteristica, nel 2014 sono stati conseguiti quasi 1,5 miliardi di profitti consolidati. Inutile dire che la Cancelliera Merkel vorrebbe iscrivere a bilancio federale tale cifra, azione per ora irrealizzabile per via di un cavillo del 1961 negante al potere politico la possibilità di gestire gli utili.

Lo Stato tedesco diventa fonte di finanziamenti in infrastrutture (4 mld), efficienza energetica (3,1 mld), start up (2,8 mld), innovazione (1 mld) solo per citare alcuni campi, e tutto ciò non viene calcolato nel deficit federale. In media 70 miliardi ogni anno vengono immessi nell’economia tedesca, bypassando ogni trattato che vincola il bilancio (Maastricht, Fiscal Compact). Non si tratta di risorse create dal nulla, bensì di bond emessi e come tali un debito della banca nei confronti dei conferenti di capitali. Il debito pubblico della Germania, però, non ingloba i componenti negativi della KFW: oltre a deficit/PIL, anche la veridicità del rapporto debito/PIL teutonico potrebbe essere facilmente messa in discussione.

In Italia questo protossido di azoto economico non esiste. L’ente più facilmente assimilabile alla KFW è la Cassa Depositi e Prestiti, che presenta comunque differenze abissali e strutturali. Innanzitutto la CDP è una SPA, società per azioni, dal 2003. La privatizzazione avvenne per volere di Giulio Tremonti, allora Ministro dell’Economia: con la sua decisione il 18,4% della CDP si trova tuttora nelle mani di fondazioni bancarie. A differenza della banca pubblica tedesca, il capitale della Cassa Depositi e Prestiti arriva dai contribuenti, o meglio dai risparmiatori postali. Se la KFW investe il 75% dei suoi interventi in aziende private, la CDP si ferma ad un misero 15%. L’intenzione di Renzi e Padoan sarebbe proprio quella di invertire la rotta ed attuare il piano annunciato a dicembre: 160 miliardi di investimenti in 5 anni, comunque meno della metà a livello annuale rispetto ai tedeschi.

Le informazioni riguardo alle fonti di finanziamento del piano sono alquanto nebulose: l’espressione “risorse liberate” fa pensare all’utilizzo diretto del risparmio postale. Resta il fatto che la Germania, anche durante il periodo di crisi economica più acuta, ha sempre ingentemente sostenuto la propria economia attraverso la KFW, azione che la filosofia dell’austerità non avrebbe teoricamente dovuto e potuto accettare. Sempre i tedeschi si sono storicamente fatti portatori del principio rigoristico, bacchettando in modo ipocrita il governo italiano più e più volte negli ultimi anni: quando si dice “avere la faccia tosta”.